venerdì 20 giugno 2008

Farruca

Sevilla tiene una cosa que solo tiene Sevilla...


E' il titolo di una famosa sevillana che racconta di un amore finito, di corna messe senza vergogna, anzi rivendicando quell'ostentazione della passione che hanno tutti i bailaores di flamenco. Ora, è difficile spiegare cosa abbia significato il viaggio a Siviglia, lo faccio con una foto che racconta lo spirito che ha animato quei quattro favolosi giorni. Grazie ragazze!

DolceForno


Arrivi a trentaquattro anni e ti accorgi che la tua infanzia non è poi stata così felice! Non credo interessi a nessuno mio padre che mi comprava L'Albero del Riccio di Antonio Gramsci oppure la raccolta delle poesie di Gianni Rodari. E ancora meno interessa il fatto che fino ai dodici anni non ho mai avuto in regalo una Barbie - modello di donna che non corrispondeva esattamente a quello che avrei dovuto diventare da adulta. Ho aspettato rassegnata che mia sorella vendicasse tutte le mie infelicità ludiche, chiedendo (e ottenendo senza lamentele!!) una nuova bambola bionda e patinata ad ogni Befana che si rispettasse. Ma se da Barbie ero comunque poco affascinata - a dire il vero me la facevo piacere per forza dopo che sentivo le amichette tessere le lodi della sua Ferrari o della sua casa con l'ascensore - c'era una cosa che avrei voluto con tutta me stessa: il DolceForno, quel piccolo, brillante aggeggio odoroso di vaniglia con cui le bimbe dei primi anni Ottanta si allevano per divenatre cuoche provette. Quando lo vedevo mi luccicavano gli occhi, mia mamma me lo aveva promesso in regalo per Pasqua la posto dell'uovo di cioccolata. Non l'ho mai visto che quel cazzo di DolceForno: mio padre mi aveva spiegato che non dovevo crescere con l'idea che una donna si fa davanti ai fornelli. Mi andava bene, tornavo soddisfatta ai mie libri, non c'era motivo che mi incaponissi. Sarei stata una donna diversa, più libera, più intressante, più emancipata. Almeno credevo. Invece il DolceForno, evidentemente, mi è rimasto dentro. Mi è bastato vedere la sua foto su MySpace e inividiare chi ce l'aveva messa perchè aveva il suo design infantile da sbandierare. E io? Il libro di Gramsci ce l'ho ancora, ma la copertina è sbiadita e le pagine ingiallite. Invece il finto acciaio del DolceForno è ancora in grande spolvero, immortale, come la pagina Web che lo contiene.