martedì 26 giugno 2007

Flamenco Rosso

Se c'è un colore che associo al flamenco è il rosso. Certo per i mantòn con le frange delle ballerine e gli intarsi dei boleri dei gitani, ma soprattuto perchè il flamenco è andaluso. Nato e pasciuto in Andalusia, quella regione della Spagna che mal si piegò alla dittatura franchista, ultimo avamposto comunista dove i "compagni" si riunivano nei tablao a suonare e ballare questa musica gitana.
Antonio Gades, forse il più grande ballerino che il mondo abbia mai conosciuto, fece del flamenco anche un baluardo anti-franchista. "Con il flamenco mi sento totalmente compenetrato: non solo è lo stile con cui mi esprimo, ma mi ci identifico. Forma parte dell'allegria e della tristezza... forma parte di me spontaneamente. È un'estetica che va con me. All'inizio, tutte le mie coreografie erano astratte. Poi un giorno dissi, bene, vediamo se sono capace di raccontare una storia. E leggendo leggendo, andavo e venivo da un classico all'altro, e finii per fermarmi in Garcia Lorca. Perché il mio mezzo di espressione era il flamenco, cioè la danza andalusa, il canto andaluso, e l'Andalusia di Lorca era quella che piace a me: non quella pittoresca, ma quella arida, secca. A Lorca ero arrivato già da ragazzino. Avevo quindici anni ed ero appena entrato nella compagnia di Pilar Lopez (grande ballerina di danze popolari spagnole n.d.r.); dato che mi faceva male un dente, lei mi mandò da un dentista amico suo. Il dentista parlando piglia e mi dice: "Tu conosci Lorca?". Io di Lorca non avevo mai nemmeno lontanamente sentito parlare. Non avevo nessuna cultura, non frequentavo nessuno, ero il figlio di un operaio dei quartieri poveri e basta. Lui mi dà un libro e mi fa: "Guarda, però non lo dire a nessuno", e questo mi sconvolse, perché fin da piccolo io avevo sempre sentito ripetere "non lo dire a nessuno che tuo padre è rosso, non lo dire a nessuno cha abbiamo le foto della guerra, non lo dire a nessuno di questo, non lo dire a nessuno di quello..." ma che me lo raccomandassero per un libro non mi era mai successo. La cosa mi colpì e mi meravigliò. E quando lo lessi (erano i poemi gitani) mi sembrò incredibile che quella meraviglia non si potesse leggere, che fosse un libro proibito".
E siccome le opere di Federico Garcia Lorca in Spagna non si potevano nè leggere, nè rappresentare, Gades le portò in tourneè in giro per il mondo, per inviare - anche se da lontano - un messaggio di riscatto al popolo spagnolo. "Per restituirli alla fede nella giustizia e alla lotta", diceva.

lunedì 25 giugno 2007

Wonder Walter


Che Walter Veltroni nel Pci, ma anche poi nel Pds e nei Ds, ci stesse stretto si era capito da tempo. Più o meno da quando, giovane militante in epoca Berlinguer, se ne stava consapevolmente distratto sui palchi dei comizi e delle Feste dell'Unità. Ciuffo ribelle - di cui ne tempo sarebbe rimasto ben poco - occhiali a fondo di bottiglia con cui scrutava le masse sotto di lui. "Un palchista. Veltroni è un palchista". La mia famiglia liquidava così l'atteggiamento veltroniano (anche se quell'aggettivo che avrebbe segnato dieci anni di vita politica italiana ancora non era stato coniato) di eccessivo presenzialismo: il futuro Wonder Walter, quello che avrebbe cambiato il volto di Roma trasformandola in Veltronia-il paese-dei-balocchi, si collocava sempre alle spalle del leader di turno. Non avevo ancora otto anni, Parco Petroselli, fazzoletto - ma meglio dire foulard vista la grandezza - a ridosso dell Prenestina, mio padre mi piazza in mano un mazzo di rose rosse e mi dice "Portale a Berlinguer". Da quel momento ovatta nelle orecchie e nel cervello. Come un automa percorro pochi metri e salgo sul palco. I rami delle rose mi graffiavano il collo, così quando il Segretario (con la S maiuscola che non si sarebbe mai più usata per i nessuno dei suoi eredi) me le ha sfilate di mano è stata una liberazione. Cerco di scendere dal palco in fretta, ma una mano mi si poggia sulla testa. "Ma non ti fai ringraziare dal Segretario?". Walter Veltroni era lì e mi scrutava dal fondo di bottiglia dove galleggiavano i suoi occhi. Giro i tacchi, anzi la suola delle ballerine, e me ne vado. Allora ancora non subivo il fascino e, in realtà, non lo avrei subito nemmeno in seguito. Molti anni dopo, quando Walter era già diventato Wonder, l'ho intervistato. Lui pacato, disponibile e talmente buono che ormai alla parola "buonismo" si accostava naturalmente l'aggettivo "veltroniano", mi spiegava quali qualità dovrebbe avere un buon sindaco: lui ce le aveva tutte. Cercando di contrastare il tasso di glicemia che mi saliva nel sangue, mi azzardo a fare la fatidica domanda: "Sindaco, ma fino all'arrivo della Metro C i cittadini di Tor Bella Monaca come si dovrebbero muovere?", con l'elicottero?...avrei voluto aggiungere. E lui "Ma signorina nel 2011 la metro è pronta: 13 minuti da Pantano alla stazione Termini". E mi lascia lì a sognare una linea super-veloce che risolvesse i miei problemi di spostamento dalla periferia al centro. Lo aspettava un bagno di folla all'Auditorium: lectio magistralis su cos'è la politica oggi. Wonder Walter chiama, il Pd risponde. Per fortuna.

sabato 23 giugno 2007

Cosa c'entra Woody Allen con Lenin


Quando a febbraio del 1991 il Pci si apprestava a cambiare nome io ero impelagata in una discussione senza fine in sezione. E che sezione! Woody Allen si chiamava..ed era il massimo della rivoluzione concessa a noi giovani militanti del partito. Quando si decise quel nome ne parlarono anche i giornali - cronaca di Roma ovviamente -, scrivevano che a Roma i comunisti erano divenatati moderni, che si erano finalmente piegati all'egemonia della cultura americana..anche noi! Per quanto mi riguardava Woody Allen era innovativo almeno quanto Antonio Gramsci, perchè se il pensatore italiano aveva adattato la teoria cominista al paradigma italiano, il primo aveva finalmente sdoganato la psicanalisi agli occhi dei dirigenti e militanti di partito, fino ad allora restii a riconoscere quello spazio di libertà umana che si dispiega nel lettino del Freud di turno. "Ma ti pare che io mi devo far dire da uno sconosciuto cosa pensare e come agire", mio padre liquidava così la quaestio, dimostrando disinteresse malcelato nonché un equilibrio interiore che nemmeno la più affascinante teoria sull'inconscio poteva mai scalfire. Woody Allen, dunque. Lì dentro ci dividevamo tra chi pensava che la svolta proposta da Occhetto fosse necessaria -"ma il muro è caduto, che vuol dire chiamarsi ancora comunisti" - e chi pensava che la diversità del comunismo italiano avrebbe resistito alle sberle che la Storia ci aveva preparato - "per difendere le nostre battaglie e le nostre idee" -. Io imparai credo in quei giorni a seguire quasi naturalmente il flusso della maggioranza e siccome quasi tutto il Pci era per la svolta, anche io ero per la svolta: "la poltica non può ridursi a mera testimonianza", lo slogan lo imparai in quesi giorni, ma ancora oggi lo sfodero come cavallo di battaglia nei confronti dialettici con i neo-comunisti di turno! Nel lessico famigliare la Bolognina assunse un significato quasi mitologico, una specie di luogo dell'anima dove inziare il percorso palingenetico che ci avrebbe condotto nell'alveo rassicurante del Socialismo Europeo. Willy Brandt materializzava più volte nel congresso di sezione. Il mio segretario adesso lo citava al posto di Enrico Berlinguer, mentre imbrattava la porta del cesso - perchè di cesso si trattava - del Woody di vernice rossa: STANZA DEI COSSUTTIANI. Quelli che resistevano alla svolta.
Dopo il congresso di Rimini la domanda che mi facevo più spesso non era di tipo politico identitario - tanto lo spezzatino della domenica mi aveva catapultato in tempi non sospetti nella nuova frontiera - quanto di riorganizzazione dei quadri della casa. In sala troneggiava un quadro di Vladimir Ilic Uljanov: sfondo rosso vermiglio, fogli sparsi macchiati in cirillico e in primo piano lui, Lenin, a vegliare sui nostri pranzi domenicali (chissà se amava lo spezzatino in bianco alla Felipe Gonzales). Dopo il congresso lo guardavo con cipiglio, come una specie di vestigium del tempo che fu. Ma non mi azzardavo di certo a dirlo ai miei che, da parte loro, sembravano ancora a loro agio sotto l'altare bolscevico, così come nel nuovo Partito Democratico della Sinistra appena nato. Mio padre continuava le sue lezioni di socialismo e Lenin continuava a stare lì. Di contraddizioni sembravano non essercene nella mia famiglia ex comunista scuola di Frattocchie. Solo sedici anni dopo - nel congresso Ds che sanciva la nascita del Pd senza la S - avrei sentito il commento di mio padre sulla svolta della Bolognina. "Ma papà non ti senti derubato della tua identità e della tua storia?", "Febbraio 1991". Motivo per cui Lenin ancora campeggia indisturbato nel salotto di casa.

venerdì 22 giugno 2007

Lezioni sul socialismo europeo


Mio padre mi ha sempre fatto lezioni sul socialismo europeo. La Ostpolitik di Willy Brandt, la Gauche Plurielle di Francois Mitterand, la crisi del laburismo inglese dopo 20 anni di thatcherismo. La domenica mattina mentre spadellava in cucina dava il via alla lezione, sarà per questo che associo sempre Felipe Gonzales all’odore dolciastro dello spezzatino in bianco. Non che ci fosse stata una differenza sostanziale tra i discorsi pre e post golpe in Urss, noi sempre di socialismo avevamo parlato, ma per la prima volta sentivo nella parole di mio padre una convinzione nel raccontarlo che mai avevo sentito prima. Come se il crollo dell’Urss lo avesse liberato da un fardello non più sostenibile: giustificare il regime non lo aveva mai fatto apertamente, ma sapeva che criticarlo non sarebbe stato onesto verso il Pci. Ma ora la questione non sussisteva più, anche per noi comunisti italiani il socialismo diventava il Sol dell’Avvenire.

Gorbaciov, la Ciociaria e la caldaia

Era l'agosto '91. “ Il Kgb e Armata Rossa hanno organizzato un golpe contro Gorbaciov che ora è tenuto prigioniero in una dacia sul mar Nero”. Dalla cucina di casa di mia nonna la televisione – quella che stava sul frigorifero e per questo odorava sempre di sugo appena fatto o di formaggio rancido – dava la notizia.
Mio padre e mio zio se ne stavano in piedi davanti alla televisione, le mani deitro al schiena e i menti all’insù, “ma no, non ce la fanno i militari”, bofonchiava mio zio e mio padre di rimando “qua se Eltsin agisce il golpe fallisce”: una rima per salvare il mondo, quantomeno il loro mondo. Non che nella mia famiglia comunista scuola di Frattocchie l’Unione Sovietica avesse mai avuto tanta presa, noi eravamo più socialisti in senso europeo- modello Willy Brandt, Francois Mitterand, qualcosina del laburismo inglese della prima ora legato alle Trade Unions – ma sempre comunisti eravamo e l’Urss era una specie di feticcio, un grimaldello da sventolare a chi minaccia la nostra identità. “Ma lì però ci sono le scuole gratis, e che scuole, in ogni quartiere piscina coperta e biblioteca, studiano t-u-t-t-i”, scandivo bene la parola tutti perché speravo così di convincere anche le mie amiche di paese che spesso nemmeno sapevano dov’era l’Unione Sovietica. Stavo sulle scalette di pietra viva che si snodavano da sotto casa fino ad un piazzetta con le case popolari dell’Unra, quelle costruite con i soldi del Piano Marshall. Che nel dialetto sbilenco della Bassa Ciociaria – un mix di romanesco e napoletano mal amalgamati – erano diventate le case dell’Urrà con risvolti onomatopeici interessanti: “arrivano gli americani…Urrà Urrà…ci fanno le case Urrà Urrà”. E il fatto che l’amico americano gli avesse fatto le case se lo ricordavano anche quelli della mia generazione che manco sapevano dove erano gli Stati Uniti. Forse per questo il mio panegirico sulle qualità del socialismo reale non convinse, o meglio non interessò, nessuno. Piano piano, ma forse nemmeno troppo, le scalette si svuotarono e io mi ritrovai sola a riflettere sul perché i militari avessero organizzato il Golpe, “ma non era l’Armata Rossa?
Ma mio padre aveva ragione come sempre, e come sempre la avrebbe avuta per me negli anni a venire e non solo in politica: Eltsin, presidente della Russia, si oppose al golpe. Attorno al parlamento russo si riunirono gli attivisti democratici e un'unità corazzata ribelle. Su uno tank, Eltsin lesse un proclama per la democrazia. Il golpe fallì.
"La Russia è salva”, mi ripetevo. Ma papà e zio non ne erano affatto convinti. Qualche giorno più tardi, davanti al parlamento russo, Gorbaciov cerca di riprendere il potere. Eltsin sale sul podio, gli mette in mano un documento, gli intima di leggerlo. "Lo legga, Mikhail Sergeevich", intima Eltsin. E Gorbaciov obbedisce. Non ricordo nemmeno più cosa c'era scritto di tanto importante su quel foglio di carta. Contava il gesto. Gorbaciov, indebolito da non comandava più niente. L'Urss, di lì a tre mesi, non esisteva più. E Eltsin, come presidente della Russia, prese possesso del Cremlino.
Cosa cambio nella mia vita? Nulla a dire il vero, però avevo imparato qualcosa da dire in difesa di me, della mia storia, davanti a chi osava mettere in dubbio la mia scelta comunista. Alle assemblee di classe, IV ginnasio, e si sa nei licei classici romani in tutte le adunanze studentesche si finisce a parlare di politica, mi sgolavo davanti ad una compagna di classe, cattolica, scout, anche simpatica a dire la verità, “ma io mica sono comunista per quello che si faceva in Urss, io lo sono per quello che il Pci ha fatto in Italia, democrazia, cultura e libertà”. In realtà non sapevo perché avevo risposto così, in assemblea discutevamo sull’opportunità di fare sciopero se non ci avessero riparato al più presto la caldaia.

Politica e vita

Avevo capito che il Partito Democratico si sarebbe fatto una sera di undici anni fa. Non una sera qualsiasi, ma quella che nel lessico familiare sarebbe diventata La Sera: 21 aprile 1996. Quando io e la mia famiglia - tutta, cani compresi – si catapultò in Piazza S.S. Apostoli per festeggiare quella insperata se non addirittura storica vittoria. Ecco, da quel momento ho avuto la sensazione che nulla sarebbe stato più come prima. Mi guardavo intorno e vedevo una miriade di bandiere, rosse certo, con la quercia certo, ma anche altre che ricordavano molto (o forse non lo ricordavano affatto ed ero solo io che le vedevo così) lo scudo crociato. A dire il vero non ricordo quale fosse la bandiera dei Popolari, forse non ce n’erano al nostro arrivo lì – mamma, papà, sorella, zia, cugine, cugini no, perché nelle nuove generazioni della mia famiglia di cugini nemmeno l’ombra, se non una pallida imitazione di uomo che, fortuna nostra, vegetava nella campagne ciociare.

La Sera aveva preso una piega da Festa de L’Unità, con il quotidiano “L’Unità” che sbucava dalle tasche delle giacche dei compagni e le donne che col pugno chiuso intonavano sommessane l’Internazionale. “….Futura umanità…” sussurrava mia madre mentre mi bloccava il braccio per paura che cadessi nel tentativo di guardare cosa succedeva sul palco. Ero bassa, troppo, e in quella situazione mi sembrava di vivermi la Storia d’Italia dal buco della serratura, come una voyer di passaggio. Saltellavo sui piedi claudicanti a causa di scarpe da ginnastica troppo strette - come sarebbero state strette tutte le scarpe da ginnastica della mia vita, ancora non ho capito perché – finchè non inciampo in un altro piede, dalle scarpe dure, nere, scamosciate; me le ricordo perché alla fine ci ho sbattuto il grugno. “Ma signorina…che fa?”, trilla una vocetta stridula quasi come il personaggio a cui apparteneva. “E che faccio?...” provo a dire, prima di sollevare la testa e vedere un ometto impettito dagli occhi liquidi che mi ricordava vagamente qualcuno. Mi alzo e lo guardo, non ancora convinta di volerlo insultare, ma sicura di voler dire qualcosa, che so, “ma guardi dove mette i piedi, ma non mi ha visto...?”. Dietro un nugolo di gente urlante, un gruppuscolo di invasati che venivano a festeggiare con la bandiera dei Popolari, capeggiati dall’ometto travolto dalla mia irruenza: Gerardo Bianco. Poi fu un attimo. Mia madre che si spellava le mani e incitava “Forza, facciamolo un bell’applauso ai questi Popolari”, clap, clap, clap, papà-zio-zia-zia-sorella-cugine al seguito. Come “facciamolo un bell’applauso ai Popolari”? Me lo chiedevo tra me e me, in silenzio perché io sapevo che quella era la cosa giusta da fare, perché era la coalizione ad aver vinto, perché dopo il crollo del Muro e dopo Tangentopoli quella era l’unica strada da intraprendere (Bignami della famiglia Meta per convincere giovani ancora “renitenti alla leva dell’Ulivo” n.d.r.). Ma vallo a capire a 22 anni trascorsi tra sezioni, convegni di partito e cene di famiglia dove sempre in politica la si buttava, sia che si mangiasse l’abbacchio al forno di nonna sia che ci si leccasse i baffi con l’insalata russa fatta dallo zio, parlamentare per giunta. Vallo a capire che Gerardo Bianco con la cravatta quadri di lanetta marrone – ad aprile!!! – non che fosse il mio leader..però un applauso! E la cosa né strana, né inaspettata, né innaturale, fu che io mi ritrovai ad applaudire senza convinzione, ma ligia al dovere dell’imperativo di partito che per me passava sempre per i gesti, le parole, le convinzione di mio padre-madre-zia-zio.

Ero cresciuta, così, imparando la politica come educazione civile, sentimentale, come codice etico, passione, visione, nella sua espressone più ideale. Tanto ideale da diventare rarefatta ed impedirti di respirare.