venerdì 22 giugno 2007

Gorbaciov, la Ciociaria e la caldaia

Era l'agosto '91. “ Il Kgb e Armata Rossa hanno organizzato un golpe contro Gorbaciov che ora è tenuto prigioniero in una dacia sul mar Nero”. Dalla cucina di casa di mia nonna la televisione – quella che stava sul frigorifero e per questo odorava sempre di sugo appena fatto o di formaggio rancido – dava la notizia.
Mio padre e mio zio se ne stavano in piedi davanti alla televisione, le mani deitro al schiena e i menti all’insù, “ma no, non ce la fanno i militari”, bofonchiava mio zio e mio padre di rimando “qua se Eltsin agisce il golpe fallisce”: una rima per salvare il mondo, quantomeno il loro mondo. Non che nella mia famiglia comunista scuola di Frattocchie l’Unione Sovietica avesse mai avuto tanta presa, noi eravamo più socialisti in senso europeo- modello Willy Brandt, Francois Mitterand, qualcosina del laburismo inglese della prima ora legato alle Trade Unions – ma sempre comunisti eravamo e l’Urss era una specie di feticcio, un grimaldello da sventolare a chi minaccia la nostra identità. “Ma lì però ci sono le scuole gratis, e che scuole, in ogni quartiere piscina coperta e biblioteca, studiano t-u-t-t-i”, scandivo bene la parola tutti perché speravo così di convincere anche le mie amiche di paese che spesso nemmeno sapevano dov’era l’Unione Sovietica. Stavo sulle scalette di pietra viva che si snodavano da sotto casa fino ad un piazzetta con le case popolari dell’Unra, quelle costruite con i soldi del Piano Marshall. Che nel dialetto sbilenco della Bassa Ciociaria – un mix di romanesco e napoletano mal amalgamati – erano diventate le case dell’Urrà con risvolti onomatopeici interessanti: “arrivano gli americani…Urrà Urrà…ci fanno le case Urrà Urrà”. E il fatto che l’amico americano gli avesse fatto le case se lo ricordavano anche quelli della mia generazione che manco sapevano dove erano gli Stati Uniti. Forse per questo il mio panegirico sulle qualità del socialismo reale non convinse, o meglio non interessò, nessuno. Piano piano, ma forse nemmeno troppo, le scalette si svuotarono e io mi ritrovai sola a riflettere sul perché i militari avessero organizzato il Golpe, “ma non era l’Armata Rossa?
Ma mio padre aveva ragione come sempre, e come sempre la avrebbe avuta per me negli anni a venire e non solo in politica: Eltsin, presidente della Russia, si oppose al golpe. Attorno al parlamento russo si riunirono gli attivisti democratici e un'unità corazzata ribelle. Su uno tank, Eltsin lesse un proclama per la democrazia. Il golpe fallì.
"La Russia è salva”, mi ripetevo. Ma papà e zio non ne erano affatto convinti. Qualche giorno più tardi, davanti al parlamento russo, Gorbaciov cerca di riprendere il potere. Eltsin sale sul podio, gli mette in mano un documento, gli intima di leggerlo. "Lo legga, Mikhail Sergeevich", intima Eltsin. E Gorbaciov obbedisce. Non ricordo nemmeno più cosa c'era scritto di tanto importante su quel foglio di carta. Contava il gesto. Gorbaciov, indebolito da non comandava più niente. L'Urss, di lì a tre mesi, non esisteva più. E Eltsin, come presidente della Russia, prese possesso del Cremlino.
Cosa cambio nella mia vita? Nulla a dire il vero, però avevo imparato qualcosa da dire in difesa di me, della mia storia, davanti a chi osava mettere in dubbio la mia scelta comunista. Alle assemblee di classe, IV ginnasio, e si sa nei licei classici romani in tutte le adunanze studentesche si finisce a parlare di politica, mi sgolavo davanti ad una compagna di classe, cattolica, scout, anche simpatica a dire la verità, “ma io mica sono comunista per quello che si faceva in Urss, io lo sono per quello che il Pci ha fatto in Italia, democrazia, cultura e libertà”. In realtà non sapevo perché avevo risposto così, in assemblea discutevamo sull’opportunità di fare sciopero se non ci avessero riparato al più presto la caldaia.

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