venerdì 4 dicembre 2009

RICOMINCIO DA BLOG


Il titolo è già tutto un programma. Tirato fuori per l'ennesima volta dal cassetto delle buone intenzioni. Ho un rapporto di amore e odio con questo blog, ci scrivo compulsivamente ricordi, sensazioni, analisi e poi lo mollo, lo dimentico come le bambole (poche!) che da bambina lasciavo sulla poltrona a prendere polvere. Poi però succedeva qualcosa che mi faceva tornate in mente il vestito azzurro a fiori bianchi e le trecce rosse. Correvo in camera (dal salone dove mi rincoglionivo - ne vado ancora fiera! - di cartoni giapponesi), prendevo la bambola e la guardavo, la rigiravo. "Dovrei giocarci un po' di più. Ok, da domani inizio". Non lo facevo mai.
Con questo blog è successa un po' la stessa cosa. Ho iniziato carica di aspettative. Ho dato fondo ai miei ricordi di bambina, ho mischiato vita, politica e un pizzico di fantasia. Ci stavo anche riuscendo. Poi è saltato di nuovo fuori "l'effetto bambola", L'ho mollato, dimenticato nei meandri di una rete sempre più seduttiva: Facebook, farselo o no? (Ho deciso che no, per ora resisto alle tentazione dei social network). Poi è sopravvenuto lo stress da lavoro, con annessa iponcondria, la noia di stare nove ore nove a inserire notizie su un sito di cui non mi frega poi tanto (è un understatement: non mi frega nulla, in realtà), a scrivere su un giornale di cui mi importa ancora meno. E mi è rivenuto in mente il blog. "Ma io lì posso scrivere di ciò che voglio, di qualunque cosa mi piaccia". Allora l'ho riaperto. Merito anche del mio compagno-compagno che non fa altro che elencarmi le virtù editoriali di Internet. Vediamo quanto dura. Per ora ricomincio da blog.

venerdì 31 luglio 2009

LA DIFFERENZA

Per par condicio. Franceschini non lo pubblico però.


SUCCEDE

Mi dicevo "a me non potrà mai succedere". Perchè sono stata educata (ma a questo punto mi viene il dubbio che io non abbia imparato) a percepire il corpo come qualcosa di sfuggevole e non duraturo. Perchè una donna è soprattutto altro (alcuni post precedenti lo spiegano meglio, vedi Il mento Turco). Bla, bla, bla. E' già qualche mattina che mi sveglio con l'impulso irrefrenabile di correre allo specchio e guardare come cambia il mio corpo. E cambia, potete giurarci. Anzi lo giuro io. Stamattina è stato il momento delle zampe di gallina intorno agli occhi. Dopo i pori dilatati e i capillari sulle gambe. Stendevo e rilassavo guance e palpebre per cercare di capire se fossero "rughe d'espressione" (ma che cazzo vorrà mai dire?) o rughe "vere". Così ad occhio, mi sembrano vere. Vere come le carni crette sotto le braccia. (Ah sì, carni crette è un'espressione ciociara per dire...non so bene cosa. Forse carni morte? Mosce?. Entrambe le cose forse.). Vere come il rilassamento cutaneo che ti dà il polso della magnificenza della forza di gravità. In realtà mi piace più parlare che agire. Non è che io mi spertichi troppo per fare fronte all'incombere della maturità. Forse ha ragione la mia amica ostunese: mi domina una mollezza da Basso Impero. Però le matrone romane si facevano il bagno nel latte. Io no.

LA MISTICA DELLA FEMMINILITA'

Reduce dalla visione di un documentario a firma di Carlo Lizzani su Betty Friedan - e già questo dovrebbe far riflettere sulla decadenza della cinematografia italica: Lizzani faceva docu su una delle più interessanti esponenti del movimento femminista e, oggi, Vanzina e Muccino che fanno? - mi trovo a domandarmi quale insormontabile ostacolo abbia impedito alle donne, dopo oltre 35 anni, di raggiungere gli obiettivi che la Friedan auspicava. Obiettivi - ma mi rendo conto che questo posso dirlo solo oggi - nemmeno così ardui. Metà delle nomine di governo alle donne, metà dei seggi parlamentari, pari diginità e retribuzione nel lavoro...mi è sembrato di sentire le rivendicazioni della Pollastrini & co. Trenatacinque anni passati invano? Forse sì. Ma anche no. Nel governo Zapatero metà dei ministri sono donne, Obama ha da poco firmato una legge sull'equiparazione del lavoro delle donne rispetto a quello degli uomini. E qui? Qui no, il nostro premier è impegnato a dare consiglio sentimental-erotici. Il Pd? Non pervenuto. Vorrei che almeno uno dei candidati segretari affrontasse con decisione la questione femminile che non è per nulla sorpassata (putroppo o per fortuna?). Magari potrei inviare loro una copia della Mistica della femminilità.

martedì 28 luglio 2009

venerdì 24 luglio 2009

CHE FARE?


La domanda è retorica. Ma sempre efficace nonchè molto "politica". In realtà io so perfettamente cosa fare - leggi "chi votare al congresso del Pd" -. Nonostante questo la mia curiosità, anch'essa fin troppo politica, mi porta a guardarmi intorno, a "sentire", ad ascoltare. Sono di ritorno - virtuale of course - dall'ascolto su YouDem della presentazione della candidatura di Ignazio Marino alla Camera del lavoro di Milano. E per chi mastica un po' di poltica la scelta della location non può essere sfuggita. La Camera del lavoro, le lotte sindacali, i diritti dei lavoratori che sono (o dovrebbero essere) le lotte di tutti. Location a parte che, riconosco, qualche brivido me lo ha dato, anche il discorso ha fatto centro. Almeno in qualche sua parte. Quando ha parlato della Sanità, quando ha fatto cenno alla bioetica. Mi stava quasi per convincere. Vuoi vedere che anche stavolta mi accodo al branco di sardine Meta? Ho pensato. E poi il suo outfit molto british..ha parlato poco..appena 45 minuti. Solo che accanto al filmato di Marino c'era quello di Bersani. Piccolo, piccolo a destra dello schermo del Pc. Il mouse ci è andato da solo. Faccione di Bersani, cravatta rossa che al confronto la Camera del lavoro è roba da mammolette. Il ringraziamento a Vasco Rossi le cui canzoni faranno da colonna sonora alla sua campagna elettorale. E poi? E poi il discorso sull'ideologia, in senso gramsciano: qualcosa che è pre-politico e che solo dopo si fa politica. Quel sano (e concreto e funzionante) riformismo emiliano. Stavolta ninete sardine, farà il salmone. Risalirà la corrente, da sola. Chissà che non sia la volta buona per emanciparmi?

mercoledì 27 maggio 2009

RIPENSAMENTI


Non lo avrei mai detto. E non credo lo avrebbero detto nemmeno le persone che mi conoscono meglio. Compagno (in tutti i sensi!) compreso. Invece sì. Per la prima vola dopo quasi 21 anni di militanza convinta nel Pci-Pds-Ds-Pd - a dire il vero nel Pd la militanza non era giù più molto convinta - la sottoscritta sta seriamente pensando di veicolari il voto verso altri lidi. Anche se c'è sempre il grillo parlante che mi ricorda che, più che latro, quel voto lo disperdo. Non lo sa nessuno, tranne il mio compagno-compagno che semmai dovesse aprire bocca verrebbe mollato seduta stante. Vedremo come mi sentirò dopo. Ne scriverò.

venerdì 15 maggio 2009

GIORNALISMO MILITANTE


Cerco di spiegarlo ai miei colleghi "anime pure" che la questione Noemi va trattata cnon con prurigionistà quacchera ma con etica prpfessionale. Il direttore di Repubblica lo puntualizza: laddovè il potere mostra le sue contraddizioni ci deve essere un gioranlisco capace di farle emergere. Questo manca in Italia.

"È MOLTO facile rispondere alle parole di Silvio Berlusconi pronunciate ieri contro "Repubblica", che nell'inchiesta-documento di Giuseppe D'Avanzo gli aveva rivolto dieci domande per chiarire gli aspetti più controversi del caso politico nato attorno alle candidature delle veline nelle liste Pdl, alla denuncia di "ciarpame politico" di Veronica Lario, alla festa di compleanno della giovane Noemi alla presenza del Premier, nel ruolo indiscusso di "Papi". Molto più difficile, per il Cavaliere, rispondere alle domande del nostro giornale. Anzi, impossibile. Berlusconi non sa rispondere, davanti alla pubblica opinione, perché con ogni evidenza non può. Ciò che ha detto su questa storia, nei lunghi monologhi mai interrotti da una vera richiesta di chiarimento, cozza fragorosamente con ciò che hanno raccontato gli altri protagonisti, e soprattutto con quel che la moglie sa e ha denunciato. Meglio dunque tacere, rifiutare la verità, la trasparenza e il confronto, il che per un uomo pubblico equivale alla fuga. Una fuga accompagnata ovviamente da insulti per il nostro giornale, perché il rumore (domani amplificato dai manganelli di carta al suo servizio) copra il vuoto, la mancanza di coraggio e la scelta necessitata dell'ambiguità.

Ma l'uomo in fuga è il Presidente del Consiglio. Dunque questa incapacità o impossibilità di fare chiarezza, cercando la verità, è immediatamente un fatto politico, un handicap della leadership, una macchia istituzionale qualsiasi cosa nasconda, fosse anche soltanto l'incapacità di accettare un contraddittorio sui lati che restano poco chiari di una vicenda che ha fatto il giro dei giornali e dei siti di tutto il mondo. Una storia nella quale l'unica cosa che non c'entra proprio nulla è la privacy. Berlusconi è infatti l'uomo che ha unito pubblico e privato fino a confonderli, con la sua biografia trasformata in programma elettorale per gli italiani e spedita nelle case di 50 milioni di elettori all'inizio della sua avventura politica: mentre oggi, quindici anni dopo, continua a vendere sul rotocalco di famiglia gli ex voto elettorali della sua infanzia aureolati nella patina reale del fotoromanzo, con l'immagine adolescente della Prima Comunione poche pagine prima del brindisi anziano di Casoria.

Le domande di "Repubblica" volevano appunto bucare questa nuvola nazional-popolare dove si sta cercando di trasportare nottetempo il caso Berlusconi, lontano dalla responsabilità istituzionale e politica di dire il vero agli italiani. Nascevano semplicemente, come abbiamo detto a Palazzo Chigi proponendo un confronto diretto col Premier, dalla constatazione che a due settimane dall'inizio della vicenda troppe cose rimanevano da spiegare, anche perché nessuna vera richiesta di chiarimento era stata rivolta al Cavaliere, e la sede televisiva del "rendiconto" - quella del suo personale notaio a "Porta a Porta" - si era in realtà rivelata la sede di un lungo monologo: per accusare la moglie ed esigerne le scuse, invece di rispondere alla sua denuncia (la politica che seleziona veline diventa "ciarpame senza pudore", "mio marito frequenta minorenni", "mio marito non sta bene, ho implorato coloro che gli stanno accanto di aiutarlo") rovesciando la realtà davanti agli italiani.

Questa mancanza di chiarezza e di confronto, con domande precise e risposte nette, ha ingarbugliato le cose. Tra il racconto del Premier e i racconti degli altri protagonisti di questa vicenda si sono allargate incongruenze evidenti, pubbliche, inseguite da spiegazioni postume che aprivano nuovi fronti controversi e dunque suscitavano altre domande. In tutto il mondo civile, dove esiste una pubblica opinione e la funzione autonoma della stampa, le contraddizioni del potere e la mancanza di chiarezza sono lo spazio naturale del giornalismo, del suo lavoro d'inchiesta, del suo sforzo documentale e infine delle sue domande.

Questo abbiamo provato a fare, senza dare giudizi e senza una tesi finale da dimostrare. Ci interessa il percorso tra le contraddizioni di un uomo pubblico in una vicenda pubblica, mettendo a confronto versioni e racconti che vanno tra loro in dissonanza, per domandare infine al protagonista di spiegare perché, proponendo la sua verità dei fatti.

Oggi dobbiamo prendere atto che il Presidente del Consiglio, invece di rispondere alle domande, scappa dalle vere questioni aperte che chiamano in causa la sua credibilità, e lo fa insultando, cioè cercando di parlar d'altro. "Invidia e odio", a suo parere, sono i motivi della "campagna denigratoria che "Repubblica" e il suo editore stanno conducendo da giorni" contro il Presidente. Che c'entra l'editore con l'inchiesta di un giornale? Non esistono scelte autonome da parte di un quotidiano nella cultura proprietaria del Premier? Cosa bisogna dunque pensare delle domande che proprio ieri il "Giornale" berlusconiano rivolgeva in prima pagina a Di Pietro? E soprattutto, cosa c'entrano con un'inchiesta giornalistica i sentimenti dell'odio e dell'invidia? Può il Cavaliere concepire, per una volta, che si possa indagare sui suoi atti e persino criticarli senza odiarlo, ma semplicemente giudicandolo? Può rassegnarsi a pensare che esiste ancora qualcuno, persino in questo Paese, che non lo invidia affatto, né a Roma né ad Arcore né a Casoria? Può infine ammettere che dieci domande non costituiscono una denigrazione, soprattutto se le si può spazzare via dal tavolo con la semplice forza della verità?

Il Cavaliere denuncia infine che "attacchi di così basso livello" giungano in prossimità del voto europeo: ma i tempi e soprattutto il livello di questa vicenda non li abbiamo scelti noi, nemmeno la location di Casoria, le luci delle fotografie festose e i comprimari, i monili, la favola bella dei genitori che si baciano in esclusiva per "Chi", la ragazza incolpevole di tutto ma soprattutto sicura che approderà negli show televisivi o in Parlamento, l'uno o l'altro intercambiabili, l'importante è sapere che "deciderà Papi". Non abbiamo deciso noi che tutto questo valesse prima la critica della Fondazione "Farefuturo" di Fini e poi lo strappo di un divorzio pubblico come l'offesa ricevuta, dunque politico come tutto ciò che accade al Cavaliere: da parte di una moglie che il grande rotocalco con cui si impagina oggi l'Italia dipinge come incapace di autonomia, fragile e sola, dunque preda di suggeritori mediatici e politici, unica spiegazione che ripristini la sacralità mistica del carisma intaccato dall'interno, quando una donna ha deciso (prima e unica, in un quindicennio) di rompere il cerchio magico dell'intangibilità sciamanica del Capo.

Per il Cavaliere, chi lo critica non può avere autonomia. Per lui, l'adesione è amore e fede, dunque la critica è tradimento e follia, le domande - non essendo contemplate e per la verità neppure molto praticate, nel conformismo del 2009 - diventano "odio e follia", in un discorso pubblico fatto di vibrazioni, dove tutto è emotivo.

Che cosa concludere? La storia che ha fatto il giro del mondo resta tutta da chiarire, perché il Presidente del Consiglio sa solo minacciare, ma non può spiegare. Dunque continueremo a fare domande, come fossimo in un Paese normale, per quei cittadini che chiedono di sapere perché vogliono capire, rifiutando di entrare nel grande fotoromanzo italiano che sta ingoiando quel che resta della politica".

Ezio Mauro, Repubblica del 15/05/2009

mercoledì 6 maggio 2009

Veline e pompini


Mi trovo qui, dopo quasi un anno, dall'ultimo post scritto. Perchè? Perchè ho smesso di scrivere o perchè proprio ora? Ho smesso di scrivere perchè farlo mi provocava una serie di reazioni mentali poco gestibili e ora perchè non ne posso davvero più di questo battage sulle veline, la politica e - sì fatemelo dire - i pompini. E' vero, sono d'accordo con il mio sagace compagno sul fatto che non è tanto il pompino in sè a scandalizzare quanto il fatto che c'è chi ha fatto di questa pratica una modalità di accesso (ahimè più che condivisa) per entrare in politica. E non solo. Bene è uno scandalo. Ma, mi permetto di dire, che anche noi donne abbiamo più di una resposabilità. Fino a prova contraria siamo essere pensanti. Ecco, appunto, fino a prova contraria.