Nel campo rom a via del Boiardo, ci sono nomadi macedoni. "Noi siamo zingari", mi si drizzano le orecchie. "Zingari?", la voce mi esce come un soffio. "Eh sì, perchè? Mica ci vergognamo. E di che, poi?". Già di che? Erano come i niggers di Malcom X, of course. Sono entrata in una baracca, dentro tappeti colorati a terra e una stufa a legna dove bolliva l'acqua. "E' per l'ossigeno", mi spiega Boranka. Mi siedo sul tappeto - e già in quel momento la mia anima da fricchettona avvizzita iniziava a straripare - Boranka mi racconta la sua storia: la guerra nell'ex Jugoslavia da cui è scappata, i figli nati in Italia ma senza cittadinanza nè diritti, la speranza di una casa vera. E, infine, un odore familiare. Fin troppo. Semolino, burro, pistacchi. La cucina di mia nonna. "Ne vuoi un pò? E' un dolce macedone". E' un dolce greco, penso io. Ci infilo un dito, come quando ero bambina. La giusta distanza non mi serve, il Mediterraneo è un ponte.
martedì 6 novembre 2007
La Giusta Distanza (il film, la vita)
Nel campo rom a via del Boiardo, ci sono nomadi macedoni. "Noi siamo zingari", mi si drizzano le orecchie. "Zingari?", la voce mi esce come un soffio. "Eh sì, perchè? Mica ci vergognamo. E di che, poi?". Già di che? Erano come i niggers di Malcom X, of course. Sono entrata in una baracca, dentro tappeti colorati a terra e una stufa a legna dove bolliva l'acqua. "E' per l'ossigeno", mi spiega Boranka. Mi siedo sul tappeto - e già in quel momento la mia anima da fricchettona avvizzita iniziava a straripare - Boranka mi racconta la sua storia: la guerra nell'ex Jugoslavia da cui è scappata, i figli nati in Italia ma senza cittadinanza nè diritti, la speranza di una casa vera. E, infine, un odore familiare. Fin troppo. Semolino, burro, pistacchi. La cucina di mia nonna. "Ne vuoi un pò? E' un dolce macedone". E' un dolce greco, penso io. Ci infilo un dito, come quando ero bambina. La giusta distanza non mi serve, il Mediterraneo è un ponte.
giovedì 18 ottobre 2007
Post electoral Depression
Metti un lunedì post-primarie. Quando hai un mal di testa che - putroppo non dipende da una sbornia - ma da una nottata trascorsa tra Porta a Porta orfana di delitti (im)perfetti, Primo Piano allungato (per fortuna!) di una buona mezz'ora e uno speciale de La 7, che a forza di fare speciali si è specializzata in speciali (scelta un pò asfittica per una tv con quelle potenzialità!). Ecco, metti un lunedi così, quando ancora ti rimbomba la voce di Bruno Vespa nelle orecchie e cerchi di dare una risposta alle inutili domande di Antonello Piroso: arrivi in redazione, inizi a sfogliare i giornali e spulci i voti di lista, cerchi i nomi di conoscenti eletti alle assemblee costiuenti, ti rallegri che ce ne siano molti. E poi ti fermi, c'è il nome di mio zio in bella vista: il più votato di Roma. Bingo! Non so come mai, ma forse nella mia famiglia c'è una sorta di telepatia simultanea, per cui nemmeno finisco di scorrere la pagina in questione e inizia una sequela ingestibile di telefonate. Papà, mamma, cugina, zia, sorella...tutti a commentare il risultato raggiunto. Che come tutte le cose, belle e brutte, è una cosa "di famiglia". "Verrà eletto zio-fratello-cognato?", "Ma quanti voti prenderà?". Domenica mattina era arrivata una telefonata allarmata di zia: "Non lo eleggono eh! Qui votano tutti per la lista di sinistra!". La mia risposta era stata lapidaria: "Ma perchè noi non siamo di sinistra?". Non ho ottenuto risposta.
Telefonata allo zio, di sera dopo aver risolto il dilemma di morettiana memoria. "Mi si nota di più se lo chiamo e non mi faccio prendere dalla commzione, oppure non lo chiamo perchè tanto nemmeno si ricorderà che l'ho fatto?". Lo chiamo, la mafia è mafia. "Zio, complimenti, bravo, hai lavorato bene, si vede che è zona tua..", bla-bla-bla. Emozione vera, incapacità altrettanto vera di sdilinquirmi. Lui: "Bene, bene. E'andata bene. Ho preso anche più voti di Rutelli...iess affangul!". Il solito, ineluttabile, imprescindibile ritorno alle radici. Complimenti zio!
lunedì 15 ottobre 2007
Matite Verdi
Ci avevo provato. Stavolta ci avevo provato davvero a non restare imbrigliata in stringhe politico-affettive-biografiche. Mi ero ripromessa, prima, di non andare a votare alle primarie per il Partito Democratico, poi di non votare Walter Veltroni perchè il suo essere metapolitico, a metà tra Gandhi e Clinton, non mi piaceva. Volevo votare Rosy Bindi, perchè donna - brava certamente - e molto "politica", pesante, novecentesca, come piace a me. Invece no, ho votato Veltroni. Di domenica mattina presto, troppo presto. E' bastata una croce per cancellare trent'anni di identità - non dovevo avere più di tre anni quando mi hanno insegnato a cantare Bandiera Rossa - dieci di miltanza a singhiozzo e quasi otto di odio-amore. Svaniti così, con un colpo di matita, verde. Seduta dietro un tavolino apparecchiato a mo' di seggio guardavo le schede per la scelta dell'Assemblea Costituente e la matita verde..pisello! "Ma perchè 'sta matita è verde? Non era meglio rossa?". Nella testa aleggiavano risposte di matrice strettamente politica: prima c'era il Pci, poi il Pds, infine i Ds, il rosso si smorzava gradualmente nei cuori e nelle menti, ma resisteva. Un po' come quelle tracce indelebili di Iodosan che si usa come disinfettante contro le afte in bocca.
Poi era arrivato l'Ulivo. Bandiere verdi manco stessimo a Legnano. Non è che il verde della matita doveva agire subliminalmente per togliere ogni residuo di Iodosan dalle teste dei militanti del Pci-Pds-Ds? "Signorina, si sente bene?". Ho alzato gli occhi e la signora addetta alla registrazione dei votanti mi guardava con aria interrogativo-preoccupata. Mi veniva da piangere. Avevo il bolo isterico che mi spingeva in gola. La matita mi si era spuntata. "Dai...è una storia nuova tutta da vivere", la signora Registrazione tentava di consolarmi. In fondo eravano pur sempre dentro una sezione di Ds e ci si riconosceva dall'odore, credo: militanti diessini vs simpatizzanti della Margherita. Mi sono alzata e ho guardato in aria. Il poster di Antonio Gramsci campeggiava sulla parete più grande della sezione. "Chissà se esiste un poster di Bill Clinton così bello!"
martedì 18 settembre 2007
Gramsci abita qui
In Sardegna d'estate si alza un vento bastardo che taglia i visi già provati dal sole. Ti ritrovi a mangiare la sabbia, imprecando perchè passi in fretta. Ma il Levante in Sardegna non passa mai velocemente. Lo sanno i pastori che in quella ruvida terra si affrettano a far rientrare i greggi, lo sanno i pescatori che tirano i remi in barca per almeno una settimana - e addio alla bottarga. Non lo sanno, invece, i turisti che si incaponiscono a rimanere in spiaggia sperando che quella bufera inaspettata se ne vada via, improvvisamente, così come è venuta. Noi quella mattina di agosto non abbiamo aspettato che il Levante calasse, abbiamo chiuso gli ombrelloni, riacchiappato i bambini in mare e ci siamo inoltrati nell'entroterra sardo. Noi, cioè io e la mia famiglia che in quell'estate avremmo riscoperto la memoria, l'infanzia e la forza degli affetti rinsaldata dalla consapevolezza che non si può non stare insieme. Come alle feste de l'Unità - madri, padri, sorelle, cugini e zii - avevamo una missione politico-affettiva ad portare a termine, una visita alla casa natia di Antonio Gramsci a Ghilarza. Un pò per devozione, un pò perchè in quell'estate le radici del nostro essere animali politici stavano per essere recise: l'autunno successivo ci sarebbero state le primarie del Pd, nulla sarebbe stato più come prima. Almeno così credevo. L'imperfetto è d'obbligo, così come imperfette sarebbero state le mie sensazioni.
Una casa di due piani, piccola, non vani ma loculi a raccontare la vita dolorosa e piena di una famiglia piccolo borghese caduta in disgrazia molto prima che Nino (Antonio) fosse sbattuto in galera dal regime. Al piano terra una gigantografia della lettera che Gramsci scrisse alla madre Peppina mentre aspettava il processo: "Bisogna proprio che ti abitui al pensiero che sarò condannato e che necessariamente dovrò passare in carcere un certo numero di anni, che spero brevi, ma che sarà inevitabile". Mi guardavo intorno, sentivo il ciarlare interessato dei cuginetti, i ricordi smozzicati sulle labbra di mio zio e mio padre su un partito che non c'è più. E sentivo la mia storia che si materializzava tra quelle mura, nel forno in giardino dove Peppina faceva il pane più buono per Nino perchè era il figlio malato, ma anche quello più promettente. Il catino dove si preparavo le abluzioni alcoliche per la schiena di Nino prima piegata da dolori fisici e, in seguito, mai piegata dagli anni di carcere. Era la storia di Gramsci, la nostra storia. La mia storia tra le dita, averbbe detto un cantautore nemmeno troppo bravo. "Ma sì nel Pd porteremo questa storia perchè è un partito che ha bisogno di un'identità forte...Gramsci ci sarà". Mio zio deputato ne era convinto. Io no.
mercoledì 25 luglio 2007
Fuori i comunisti dall'Italia!
Come mai mia nonna riuscisse ad essere una cattolica praticante e allo stesso tempo una comunista devota non me lo riuscivo a spiegare. Lei sgranava il rosario, mormorando preghiere - mezze in dialetto, mezze in italiano - indistintamente durante la processione per la festa della Madonna delle Grazie o nella lunga attesa dei risultati elettorali. "Madre nostra prega per noi", "Maronna mia stavota facc vinc". E probabilmente la Madonna preferiva pregare per noi piuttosto che farci vincere, perchè di vittorie noi comunisti non ne avremmo viste mai, almeno finchè ci saremmo chiamati così.
Le scelte politiche di mia nonna furono un pò come le mie, una specie di educazione sentimentale assorbita in seno da una famiglia che comunista lo diventò per forza di cose. Dopo l'8 settembre del 1943 quando una colonna corazzata dell'esercito tedesco arrivò a Porta San Paolo, tra i partigiani romani c'erano anche i fratelli di nonna. Che negli anni a venire avrebbero intrattenuto tutti noi nipoti con i racconti di quell'eccidio. "Gl tedesch c' massacrarn' 'r bott", ululava zio Vincenzino seduto sull'uscio di casa, col bastone che sbatteva per terra ad ogni parola scandita. "Ahi, figlia i' song communist pe' chell che hann fatt aji frat' mi'", mi ripeteva sempre nonna mentre sgranava il rosario e aspettavamo insieme le prime proiezioni elettorali (non credo ci fossero gli exit poll all'epoca). "Ahè uard ch' nonnet non c'era comunista prima sa'? Chigl sempre 'na vota a 'na via, 'na vota a nauta. 'Na vota iett pur a rapi' 'na sezione della Dc. Mo' ja, quann nn m l' ricuerd..però i' teneva Annarella e Catarina piccolett (le mie due zie n.d.r). Alloc semb na festa iera, e che cazz vencevan semb! E tutta sta gent r' paese se ne java a balla'! 'Na vota nonnet se purtò pure le fij - uh nn l' tenesse mai fatt! - Me le jeve a ripglia rent la sezione della Dc - chissà perchè nonna quando diceva sezione della Dc ricominciava a parlare italiano - alloc ce steva..." e diceva il nome della comare di turno che io sistematicamente rimuovevo, tanto era democristiana. "Stev ingopp agliu balcon della sezione della Dc e strillava
mercoledì 18 luglio 2007
Piccole Donne
Quando mia zia mi regalò "Piccole Donne", il giorno del mio ottavo compleanno, mi ritrovai a pensare che, sì, finalmente mi avevano regalato un libro da femmine: basta lettere di Gramsci ai figli, che per mia sfortuna erano due maschi, e basta poesie di Gianni Rodari che mi lasciavano una sensazione tutt'ora inspiegabile di malinconia. "Ma non dovrebbero essere poesie per bambini?", mi chiedevo. Certo che sì, ma sempre scritte da un comunista, particolare che ne impediva una leggerezza "toutcourt"; già a sette anni sapevo che Gianni Rodari era comunista e che prima di diventare uno scrittore per l'infanzia era stato gionalista sia di Ordine Nuovo, sia de L'Unità. Motivo per cui non poteva mancare nella biblioteca della comunista in erba che ero.
Piccole Donne era un'altra cosa, però. Quattro sorelle - Meg, Jo, Beth e Amy, i nomi me li ricordo solo così, da quello della più grande a quello della più piccola - alle prese con i volants dei vestiti ottocenteschi e gli sguardi curiosi dei loro coetanei. Almeno così credevo. Perchè di vestiti stile Rossella O'Hara ce ne erano a bizzeffe, di ragazzetti innamorati delle sorelle March pure, ma dietro quelle avventure c'era anche altro. E questo altro rispondeva al nome di Jo (Josephine) March, la più ribelle, la più anticonformista, quella che voleva diventare scrittrice. L'empatia con lei fu immediata: mi piaceva perchè non era carina come Amy, perchè non era sensibile come Beth e non si voleva sposare come Meg. Lei voleva emanciparsi, vivere del suo lavoro e trovare uno squattrinato da sposare solo per amore. "Papà, ma Jo non era un pò come Anna Kuliscioff (la compagna di Filippo Turati, fondatore del Partito Socialista italiano n.d.r.)?". Anche lei amava uno povero in canna e scriveva di socialismo. Forse non era proprio così, ma quello era l'unico paragone al femminile che ero in grado di fare.
Dieci anni dopo alla Festa de L'Unità all'ex Mattatoio di Testaccio, il Caffè delle Donne aveva organizzato un incontro su Piccole Donne, titolo: "La figura di Jo March nell'immaginario del primo movimento femminista". Avevo dovuto aspettare i 18 anni per capire perchè avevo tanto amato Jo.
martedì 17 luglio 2007
L'Albero del Riccio
In quarta elementare - IV E a voler essere precisi - le maestre ci iniziarono al giornalismo. Un libello di poche pagine avrebbe raccontato le vite poco appassionanti di bambini che a malapena arrivavano a dieci anni. "Contromano", si chiamava il giornalino di classe. Testata dal nome talmente "irriverente" da scuotere le menti in genere dormienti della maggioranza dei genitori. "Signora maestra, ma è il caso di fare un giornale contro?", aveva chiesto un papà in giacca e cravatta all'incontro insegnanti-genitori. La maestra Maria era comunista, lo sapevo perchè se lo erano detto più volte i miei genitori e perchè non ci faceva mai fare la preghiera prima di andare a mensa - che liberazione - e quando sentì quella domanda si calò gli occhialoni stile Sandra Mondaini, guardò il malcapitato genitore e rispose: "Almeno prendono confidenza con l'anarchia, dopo che hanno dipinto il corridoio della scuola con il tema de "La guerra di Piero" di De Andrè, non trova?". Alla parola anarchia la cravatta di quel papà ai miei occhi troppo reazionario sussultò come se avesse il singhiozzo.
Mio padre la cravatta non se la metteva mai, ma "Contromano" gli piaceva. Passavamo i pochi sabato pomeriggio in cui non venivo mollata in Federazione a sfogliare le pagine colorate, assemblate con la spillatrice. Una volta, però, mio padre invece che soffermarsi sul mio articoletto, se ne mise a leggere un altro. "Io non sono mai contento di quello che faccio. Quando studio ho voglia di giocare e e quando gioco mi viene voglia di studiare", firmato Fabrizio. "Chi ha scritto questo?", "Fabrizio, papà, ti ricordi quello un pò paffuto (ciccione a casa mia era un termine che non si poteva usare, troppo politically uncorrect!) con gli occhi blu-blu. Cioè, quello nemmeno troppo intelligente...cioè no...è che non si applica molto". Altro understatement per dire che era un asino, ma anche quello non si poteva dire: per i miei genitori non esistevano asini - tutti i bambini erano intelligenti, se non riuscivano a scuola era perchè poco stimolati. Non mi spiegavo perchè mio padre si fosse soffermato su cotanta profondità giornalistica. "Ma lo sai che ha scritto le stesse cose che Antonio Gramsci scrisse in una lettera al figlio Delio?", "Ma chi Fabrizio?", il mio cervello rifiutava quella possibilità. Quello se non scriveva scuola con la q, poco ci mancava. La copertina de "L'Albero del Riccio" era rossa - e di che colore poteva essere?- c'era un grande albero disegnato a lato, sopra, invece, il sottotitolo recitava "Lettere dal carcere di Antonio Gramsci ai figli". Lo avevo letto a sette anni, mamma e papà me lo avevano comprato alla Festa de L'Unità insieme alle poesie di Gianni Rodari. In quel momento il rosso della copertina spiccava nel beige della libreria di frassino, afferrai il libro e cercai la lettera incriminata. "Caro Delio....". Mi convinsi allora che davvero tutti i bambini erano intelligenti - Fabrizio compreso - bastava solo stimolarli.
lunedì 16 luglio 2007
Federazione X
Ho passato il 50% dei miei sabato pomeriggio nella Federazione romana del Pci. Insieme a mio zio, segretario di Federazione, sempre impegnato tra riunioni, incontri, assemblee. Talmente impegnato che, ancora oggi, mi chiedo come mai i miei genitori continuassero a chiedergli il favore di tenermi con lui per due, tre, quattro..interminabili ore. E soprattutto perchè lui continuasse a dire di sì.
La Federazione stava (e sta anche oggi) a via Frentani, San Lorenzo - quartiere che più rosso non si può - ma vicino ad una serie di palazzetti di proprietà della Chiesa: ricoveri per suore, credo. Quando arrivavamo lì ci fermavamo al bar dell'angolo - e dove potrebbe stare un bar se non all'angolo? - mi compravo un Buondì, un Ciocorì e un Biancorì e mi preparavo ad affrontare il mio Purgatorio settimanale. Con buona pace (?) del gruppo di suore che passavano davanti la Federazione, sempre le stesse. "Ma perchè portano questa bambina lì dentro?". La prima volta che ho sentito queste parole mi sono voltata e tutta l'educazione pane-e-comunismo è venuta fuori: "Io qui ci entro, invece in Chiesa no!!!! Va bene?". Credevo di aver fatto il mio primo gesto rivoluzionario, invece mi beccai il primo schiaffo da parte di papà - non ce ne sarebbero stati molti altri in seguito. "Ma perchè mi hai menato, papà? Hai sentito quello che hanno detto? Manco stessimo entrando in un campo di concentramento!". Mio padre disse solo: "Porta rispetto". E io che ormai sentivo di dover cavalcare l'onda del dissenso clericale a soli dieci anni: "E loro ce lo portano a noi comunisti?". "Tu lo devi portare comunque". Stop, conversazione terminata. Nel suo ufficio zio se ne stava seduto dietro la scrivania, il quadro di Berlinguer dietro le spalle. "Perchè piangi?". "Papà mi ha dato uno schiaffo perchè ho risposto male a una suora". "Per la Madonna!". Con questa massima anticlericale, mio zio mi mollò per una riunione. C'era Goffredo Bettini che faceva capolino da un quarto d'ora, la sua pancia occupava metà dello stipite e i bottoni della camicia lottavano per non saltare dalle asole. Io rimanevo alla scrivania di zio, sotto Berlinguer, alla disperata ricerca di un foglio e di una matita per disegnare che, sistematicamente non trovavo, anche perchè non ce n'erano. Non c'era nulla in Federazione, solo un telefono, un portapenne con una Bic e qualche foglio scrabocchiato da zio. "Care compagne, cari compagni....."
venerdì 6 luglio 2007
Il mento Turco
A dodici anni avrei dovuto mettermi l'apparecchio. Non di quelli fissi che si impiantano direttamente sui denti, con quelle placchette di metallo che brillano anche di notte manco fossero stelle, ma di quelli mobili che si sviluppano in larghezza sulla tua faccia. Un byte insomma. Avevo una mal occlusione mandibolare, i denti mi slittavano quando masticavo e la cosa mi provocava fortssimi mal di testa. Ovviamente come tutte le ragazzine in odore di adolescenza non avevo la minima intenzione di piazzarmi quell'affare sulla bocca. Nemmeno le minacce più violente avrebbero potuto convincermi. l mei genitori avevano iniziato un'opera di convincimento tutta basata su argomenti medico-sanitari, lasciando fuori quel "piccolo" particolare che era l'aspetto fisico. Non che me lo aspettassi da loro - per carità - loro mi avevano educato alla moderazione anche nell'aspetto fisico e Madre Natura aveva fatto il resto: "L'importante per una donna è la cultura, l'intelligenza, lo spirito", era un ritornello sempre di moda. Il risultato di cotanta educazione è stato che ancora oggi guardo con diffidenza le donne troppo avvenenti. Ecco, per loro il byte rientrava nell'ottica "mens sana in corpore sano", nulla a che fare con l'estetica, molto invece con la politica. Dopo che il mio apparecchio per i denti era diventato un argomento da pranzo di famiglia, accanto alla crisi di consenso del Pci e al riformismo incompreso di Giorgio Amendola , zii e zie si sentivano in dovere di intervenire. Mia zia tuttofare, ex infermiera-analista di laboratorio-funzionario-dirigente del San Giovanni - una vera istituzione del nosocomio romano -, mi propinava dentisti e specialisti di maxillo facciale per sentire altri pareri. "Ti potebbero proporrre una soluzione diversa", mi chiedevo quale potesse essere visto che la mia mandibola continuava a slittare come una frizione di automobile impazzita. Mio zio, non ancora deputato, ma già lanciatissimo nella poltica romana, mi guardava di sottecchi in attesa del suo spazio oratorio, che doveva essere almeno il doppio di quello degli altri. E' stato sempre così per lui, ogni consesso umano era un occasione per una lectio magistralis anche se si parlava di cazzate: "Ma lo sai che se non ti metti l'apparecchio ti viene il mento come Livia Turco?". Quella domanda retorica ebbe su di me l'effetto di una sassaiola. Improvvisamente mi si materializzò davanti agli occhi il viso della Livia - capelli riccetti scarmigliati, naso aquilino e mento..improponibile! Nulla poteva avere più effetto su di me che una minaccia pseudo-politica. Un pò come era successo l'anno precedente quando il mio rendimento scolastico aveva risentito del passaggio dalle elementari alle medie: "Va bè vorrà dire che se con la scuola non sfondi, zio ti apre un negozio di coiffeur in Federazione", come se le donne del Pc ci tenessero ai capelli! Mai viste dirigenti con un look decente (per quello avrei dovuto aspettare la Seconda Repubblica che oltre alla vecchia classe dirigente spazzò via anche un certo rigore estetico..per fortuna!). Ma se l'idea di bigodini e phon mi nauseava, il mento della Turco mi spaventava di meno. In fondo lei era un pezzo grosso del Partito, e se per arrivare a quei livelli serviva un mento che ti metteva anche un pò al riparo dalla solito luogo comune bella=stupida...ben venisse. Dopo quel pranzo avevo trovato un fondamento politico per il rifiuto dell'apparecchio.
domenica 1 luglio 2007
La variabile greca
Mia mamma è greca. O meglio "mezza greca": madre ellenica fino al midollo e padre italiano, ma solo di origine. Mio nonno era nato in Grecia da genitori pugliesi di Trani, a Patrasso, in quel porto trafficato e puzzolente nel bel mezzo del Peloponneso: purgatorio pre-vacanziero dove tutti devono passare per godere delle meraviglie dell'Ellade. Mia nonna è greca-greca, con quel tocco di sciovinismo e altezzosità che caratterizza i suoi compatrioti consapevoli di essere stati la culla della civiltà - come se prima non ci fosse stato nulla. "Ma perchè dopo Pericle in politica ed Eschilo-Sofocle-Euripide (tre corpi e un'anima n.d.r.) nell'arte, cosa altro è stato inventato?", un refrain che ha ninnato senza sosta la mia infanzia. Mia mamma è greca, dicevo. E non lo si vede solo dal naso che col passare degli anni ha occupato una porzione sempre maggiore del viso, ma soprattutto dalla gestualità che correda le sue sfuriate. Mani svolazzanti e andirivieni teatrale, un pallido ricordo della Lisistrata di Aristofane. Ma come in tutte le commedie greche, anche le sfuriate di mia madre durano ben poco. Tranne che in periodo post elettorale, ogni volta (ed erano tante!) che il nostro partito Pci-Pds-Ds subiva una sconfitta. In quei momenti più che alle blateranti Donne all'Assemblea, mia madre assomiglia di ad una inascoltata Cassandra che prevede sventure irreparabili per questo paese (che matematicamente si avverano, leggi 5 anni di governo Berlusconi). Il fatto - ma anche il fato - è che la variabile greca, come quella ciociara, è tutta politica. Dei cinque fratelli di mia nonna, quattro maschi e una femmina con dei nomi che sembrano usciti dal film "Zorba il greco", Panagyioti, Nicos, Georgios, Costantinos, Paraskevi, uno è comunista e gli altri tutti del Pasok, socialisti insomma. E anche il Pasok era nella lista degli ingredienti dello spezzatino in bianco della domenica: Papandreu, il suo storico segretario aveva traghettato la Grecia alla democrazia, dopo la caduta del regime dei colonnelli. Neanche dieci anni di torture e dittatura, ma ben impressi nella memoria dei greci: Oriana Fallaci li descrive benissimo nel libro "Un Uomo", dedicato ad Alekos Panagulis, eroe della resistenza, nonché suo grande amore. Libro letto a 12 anni, trovato nella libreria di casa di mia nonna, presumibilmente di mia madre. Dieci anni di torture e dittatura dalla quale la mia famiglia d'oltemare non ne era usicta indenne. Uno zio, soprattutto, zio Nicos, che poi - paradosso - è anche il più ricco!!! Lui era, anzi è, e ci tiene a ribadirlo, un comunista - con un negozio di ferramenta in uno dei quartieri più in di Atene, ma pur sempre un comunista - e per questo si era fatto il carcere durante gli anni della dittatura e il campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. E nonostante i soldi fatti (tanti), ville e conti in banca mio zio Nicos è rimasto comunista. Se gli chiedi come mai, lui si alza il polsino della camicia e indica il numero tatuato dai tedeschi tanti anni prima. Touchè.
martedì 26 giugno 2007
Flamenco Rosso
Se c'è un colore che associo al flamenco è il rosso. Certo per i mantòn con le frange delle ballerine e gli intarsi dei boleri dei gitani, ma soprattuto perchè il flamenco è andaluso. Nato e pasciuto in Andalusia, quella regione della Spagna che mal si piegò alla dittatura franchista, ultimo avamposto comunista dove i "compagni" si riunivano nei tablao a suonare e ballare questa musica gitana.Antonio Gades, forse il più grande ballerino che il mondo abbia mai conosciuto, fece del flamenco anche un baluardo anti-franchista. "Con il flamenco mi sento totalmente compenetrato: non solo è lo stile con cui mi esprimo, ma mi ci identifico. Forma parte dell'allegria e della tristezza... forma parte di me spontaneamente. È un'estetica che va con me. All'inizio, tutte le mie coreografie erano astratte. Poi un giorno dissi, bene, vediamo se sono capace di raccontare una storia. E leggendo leggendo, andavo e venivo da un classico all'altro, e finii per fermarmi in Garcia Lorca. Perché il mio mezzo di espressione era il flamenco, cioè la danza andalusa, il canto andaluso, e l'Andalusia di Lorca era quella che piace a me: non quella pittoresca, ma quella arida, secca. A Lorca ero arrivato già da ragazzino. Avevo quindici anni ed ero appena entrato nella compagnia di Pilar Lopez (grande ballerina di danze popolari spagnole n.d.r.); dato che mi faceva male un dente, lei mi mandò da un dentista amico suo. Il dentista parlando piglia e mi dice: "Tu conosci Lorca?". Io di Lorca non avevo mai nemmeno lontanamente sentito parlare. Non avevo nessuna cultura, non frequentavo nessuno, ero il figlio di un operaio dei quartieri poveri e basta. Lui mi dà un libro e mi fa: "Guarda, però non lo dire a nessuno", e questo mi sconvolse, perché fin da piccolo io avevo sempre sentito ripetere "non lo dire a nessuno che tuo padre è rosso, non lo dire a nessuno cha abbiamo le foto della guerra, non lo dire a nessuno di questo, non lo dire a nessuno di quello..." ma che me lo raccomandassero per un libro non mi era mai successo. La cosa mi colpì e mi meravigliò. E quando lo lessi (erano i poemi gitani) mi sembrò incredibile che quella meraviglia non si potesse leggere, che fosse un libro proibito".
E siccome le opere di Federico Garcia Lorca in Spagna non si potevano nè leggere, nè rappresentare, Gades le portò in tourneè in giro per il mondo, per inviare - anche se da lontano - un messaggio di riscatto al popolo spagnolo. "Per restituirli alla fede nella giustizia e alla lotta", diceva.
lunedì 25 giugno 2007
Wonder Walter
Che Walter Veltroni nel Pci, ma anche poi nel Pds e nei Ds, ci stesse stretto si era capito da tempo. Più o meno da quando, giovane militante in epoca Berlinguer, se ne stava consapevolmente distratto sui palchi dei comizi e delle Feste dell'Unità. Ciuffo ribelle - di cui ne tempo sarebbe rimasto ben poco - occhiali a fondo di bottiglia con cui scrutava le masse sotto di lui. "Un palchista. Veltroni è un palchista". La mia famiglia liquidava così l'atteggiamento veltroniano (anche se quell'aggettivo che avrebbe segnato dieci anni di vita politica italiana ancora non era stato coniato) di eccessivo presenzialismo: il futuro Wonder Walter, quello che avrebbe cambiato il volto di Roma trasformandola in Veltronia-il paese-dei-balocchi, si collocava sempre alle spalle del leader di turno. Non avevo ancora otto anni, Parco Petroselli, fazzoletto - ma meglio dire foulard vista la grandezza - a ridosso dell Prenestina, mio padre mi piazza in mano un mazzo di rose rosse e mi dice "Portale a Berlinguer". Da quel momento ovatta nelle orecchie e nel cervello. Come un automa percorro pochi metri e salgo sul palco. I rami delle rose mi graffiavano il collo, così quando il Segretario (con la S maiuscola che non si sarebbe mai più usata per i nessuno dei suoi eredi) me le ha sfilate di mano è stata una liberazione. Cerco di scendere dal palco in fretta, ma una mano mi si poggia sulla testa. "Ma non ti fai ringraziare dal Segretario?". Walter Veltroni era lì e mi scrutava dal fondo di bottiglia dove galleggiavano i suoi occhi. Giro i tacchi, anzi la suola delle ballerine, e me ne vado. Allora ancora non subivo il fascino e, in realtà, non lo avrei subito nemmeno in seguito. Molti anni dopo, quando Walter era già diventato Wonder, l'ho intervistato. Lui pacato, disponibile e talmente buono che ormai alla parola "buonismo" si accostava naturalmente l'aggettivo "veltroniano", mi spiegava quali qualità dovrebbe avere un buon sindaco: lui ce le aveva tutte. Cercando di contrastare il tasso di glicemia che mi saliva nel sangue, mi azzardo a fare la fatidica domanda: "Sindaco, ma fino all'arrivo della Metro C i cittadini di Tor Bella Monaca come si dovrebbero muovere?", con l'elicottero?...avrei voluto aggiungere. E lui "Ma signorina nel 2011 la metro è pronta: 13 minuti da Pantano alla stazione Termini". E mi lascia lì a sognare una linea super-veloce che risolvesse i miei problemi di spostamento dalla periferia al centro. Lo aspettava un bagno di folla all'Auditorium: lectio magistralis su cos'è la politica oggi. Wonder Walter chiama, il Pd risponde. Per fortuna.
sabato 23 giugno 2007
Cosa c'entra Woody Allen con Lenin
Quando a febbraio del 1991 il Pci si apprestava a cambiare nome io ero impelagata in una discussione senza fine in sezione. E che sezione! Woody Allen si chiamava..ed era il massimo della rivoluzione concessa a noi giovani militanti del partito. Quando si decise quel nome ne parlarono anche i giornali - cronaca di Roma ovviamente -, scrivevano che a Roma i comunisti erano divenatati moderni, che si erano finalmente piegati all'egemonia della cultura americana..anche noi! Per quanto mi riguardava Woody Allen era innovativo almeno quanto Antonio Gramsci, perchè se il pensatore italiano aveva adattato la teoria cominista al paradigma italiano, il primo aveva finalmente sdoganato la psicanalisi agli occhi dei dirigenti e militanti di partito, fino ad allora restii a riconoscere quello spazio di libertà umana che si dispiega nel lettino del Freud di turno. "Ma ti pare che io mi devo far dire da uno sconosciuto cosa pensare e come agire", mio padre liquidava così la quaestio, dimostrando disinteresse malcelato nonché un equilibrio interiore che nemmeno la più affascinante teoria sull'inconscio poteva mai scalfire. Woody Allen, dunque. Lì dentro ci dividevamo tra chi pensava che la svolta proposta da Occhetto fosse necessaria -"ma il muro è caduto, che vuol dire chiamarsi ancora comunisti" - e chi pensava che la diversità del comunismo italiano avrebbe resistito alle sberle che la Storia ci aveva preparato - "per difendere le nostre battaglie e le nostre idee" -. Io imparai credo in quei giorni a seguire quasi naturalmente il flusso della maggioranza e siccome quasi tutto il Pci era per la svolta, anche io ero per la svolta: "la poltica non può ridursi a mera testimonianza", lo slogan lo imparai in quesi giorni, ma ancora oggi lo sfodero come cavallo di battaglia nei confronti dialettici con i neo-comunisti di turno! Nel lessico famigliare la Bolognina assunse un significato quasi mitologico, una specie di luogo dell'anima dove inziare il percorso palingenetico che ci avrebbe condotto nell'alveo rassicurante del Socialismo Europeo. Willy Brandt materializzava più volte nel congresso di sezione. Il mio segretario adesso lo citava al posto di Enrico Berlinguer, mentre imbrattava la porta del cesso - perchè di cesso si trattava - del Woody di vernice rossa: STANZA DEI COSSUTTIANI. Quelli che resistevano alla svolta.
Dopo il congresso di Rimini la domanda che mi facevo più spesso non era di tipo politico identitario - tanto lo spezzatino della domenica mi aveva catapultato in tempi non sospetti nella nuova frontiera - quanto di riorganizzazione dei quadri della casa. In sala troneggiava un quadro di Vladimir Ilic Uljanov: sfondo rosso vermiglio, fogli sparsi macchiati in cirillico e in primo piano lui, Lenin, a vegliare sui nostri pranzi domenicali (chissà se amava lo spezzatino in bianco alla Felipe Gonzales). Dopo il congresso lo guardavo con cipiglio, come una specie di vestigium del tempo che fu. Ma non mi azzardavo di certo a dirlo ai miei che, da parte loro, sembravano ancora a loro agio sotto l'altare bolscevico, così come nel nuovo Partito Democratico della Sinistra appena nato. Mio padre continuava le sue lezioni di socialismo e Lenin continuava a stare lì. Di contraddizioni sembravano non essercene nella mia famiglia ex comunista scuola di Frattocchie. Solo sedici anni dopo - nel congresso Ds che sanciva la nascita del Pd senza la S - avrei sentito il commento di mio padre sulla svolta della Bolognina. "Ma papà non ti senti derubato della tua identità e della tua storia?", "Febbraio 1991". Motivo per cui Lenin ancora campeggia indisturbato nel salotto di casa.
venerdì 22 giugno 2007
Lezioni sul socialismo europeo
Mio padre mi ha sempre fatto lezioni sul socialismo europeo. La Ostpolitik di Willy Brandt, la Gauche Plurielle di Francois Mitterand, la crisi del laburismo inglese dopo 20 anni di thatcherismo. La domenica mattina mentre spadellava in cucina dava il via alla lezione, sarà per questo che associo sempre Felipe Gonzales all’odore dolciastro dello spezzatino in bianco. Non che ci fosse stata una differenza sostanziale tra i discorsi pre e post golpe in Urss, noi sempre di socialismo avevamo parlato, ma per la prima volta sentivo nella parole di mio padre una convinzione nel raccontarlo che mai avevo sentito prima. Come se il crollo dell’Urss lo avesse liberato da un fardello non più sostenibile: giustificare il regime non lo aveva mai fatto apertamente, ma sapeva che criticarlo non sarebbe stato onesto verso il Pci. Ma ora la questione non sussisteva più, anche per noi comunisti italiani il socialismo diventava il Sol dell’Avvenire.
Gorbaciov, la Ciociaria e la caldaia
Mio padre e mio zio se ne stavano in piedi davanti alla televisione, le mani deitro al schiena e i menti all’insù, “ma no, non ce la fanno i militari”, bofonchiava mio zio e mio padre di rimando “qua se Eltsin agisce il golpe fallisce”: una rima per salvare il mondo, quantomeno il loro mondo. Non che nella mia famiglia comunista scuola di Frattocchie l’Unione Sovietica avesse mai avuto tanta presa, noi eravamo più socialisti in senso europeo- modello Willy Brandt, Francois Mitterand, qualcosina del laburismo inglese della prima ora legato alle Trade Unions – ma sempre comunisti eravamo e l’Urss era una specie di feticcio, un grimaldello da sventolare a chi minaccia la nostra identità. “Ma lì però ci sono le scuole gratis, e che scuole, in ogni quartiere piscina coperta e biblioteca, studiano t-u-t-t-i”, scandivo bene la parola tutti perché speravo così di convincere anche le mie amiche di paese che spesso nemmeno sapevano dov’era l’Unione Sovietica. Stavo sulle scalette di pietra viva che si snodavano da sotto casa fino ad un piazzetta con le case popolari dell’Unra, quelle costruite con i soldi del Piano Marshall. Che nel dialetto sbilenco della Bassa Ciociaria – un mix di romanesco e napoletano mal amalgamati – erano diventate le case dell’Urrà con risvolti onomatopeici interessanti: “arrivano gli americani…Urrà Urrà…ci fanno le case Urrà Urrà”. E il fatto che l’amico americano gli avesse fatto le case se lo ricordavano anche quelli della mia generazione che manco sapevano dove erano gli Stati Uniti. Forse per questo il mio panegirico sulle qualità del socialismo reale non convinse, o meglio non interessò, nessuno. Piano piano, ma forse nemmeno troppo, le scalette si svuotarono e io mi ritrovai sola a riflettere sul perché i militari avessero organizzato il Golpe, “ma non era l’Armata Rossa?
Ma mio padre aveva ragione come sempre, e come sempre la avrebbe avuta per me negli anni a venire e non solo in politica: Eltsin, presidente della Russia, si oppose al golpe. Attorno al parlamento russo si riunirono gli attivisti democratici e un'unità corazzata ribelle. Su uno tank, Eltsin lesse un proclama per la democrazia. Il golpe fallì.
"La Russia è salva”, mi ripetevo. Ma papà e zio non ne erano affatto convinti. Qualche giorno più tardi, davanti al parlamento russo, Gorbaciov cerca di riprendere il potere. Eltsin sale sul podio, gli mette in mano un documento, gli intima di leggerlo. "Lo legga, Mikhail Sergeevich", intima Eltsin. E Gorbaciov obbedisce. Non ricordo nemmeno più cosa c'era scritto di tanto importante su quel foglio di carta. Contava il gesto. Gorbaciov, indebolito da non comandava più niente. L'Urss, di lì a tre mesi, non esisteva più. E Eltsin, come presidente della Russia, prese possesso del Cremlino.
Cosa cambio nella mia vita? Nulla a dire il vero, però avevo imparato qualcosa da dire in difesa di me, della mia storia, davanti a chi osava mettere in dubbio la mia scelta comunista. Alle assemblee di classe, IV ginnasio, e si sa nei licei classici romani in tutte le adunanze studentesche si finisce a parlare di politica, mi sgolavo davanti ad una compagna di classe, cattolica, scout, anche simpatica a dire la verità, “ma io mica sono comunista per quello che si faceva in Urss, io lo sono per quello che il Pci ha fatto in Italia, democrazia, cultura e libertà”. In realtà non sapevo perché avevo risposto così, in assemblea discutevamo sull’opportunità di fare sciopero se non ci avessero riparato al più presto la caldaia.
Politica e vita
Avevo capito che il Partito Democratico si sarebbe fatto una sera di undici anni fa. Non una sera qualsiasi, ma quella che nel lessico familiare sarebbe diventata La Sera: 21 aprile 1996. Quando io e la mia famiglia - tutta, cani compresi – si catapultò in Piazza S.S. Apostoli per festeggiare quella insperata se non addirittura storica vittoria. Ecco, da quel momento ho avuto la sensazione che nulla sarebbe stato più come prima. Mi guardavo intorno e vedevo una miriade di bandiere, rosse certo, con la quercia certo, ma anche altre che ricordavano molto (o forse non lo ricordavano affatto ed ero solo io che le vedevo così) lo scudo crociato. A dire il vero non ricordo quale fosse la bandiera dei Popolari, forse non ce n’erano al nostro arrivo lì – mamma, papà, sorella, zia, cugine, cugini no, perché nelle nuove generazioni della mia famiglia di cugini nemmeno l’ombra, se non una pallida imitazione di uomo che, fortuna nostra, vegetava nella campagne ciociare.
La Sera aveva preso una piega da Festa de L’Unità, con il quotidiano “L’Unità” che sbucava dalle tasche delle giacche dei compagni e le donne che col pugno chiuso intonavano sommessane l’Internazionale. “….Futura umanità…” sussurrava mia madre mentre mi bloccava il braccio per paura che cadessi nel tentativo di guardare cosa succedeva sul palco. Ero bassa, troppo, e in quella situazione mi sembrava di vivermi la Storia d’Italia dal buco della serratura, come una voyer di passaggio. Saltellavo sui piedi claudicanti a causa di scarpe da ginnastica troppo strette - come sarebbero state strette tutte le scarpe da ginnastica della mia vita, ancora non ho capito perché – finchè non inciampo in un altro piede, dalle scarpe dure, nere, scamosciate; me le ricordo perché alla fine ci ho sbattuto il grugno. “Ma signorina…che fa?”, trilla una vocetta stridula quasi come il personaggio a cui apparteneva. “E che faccio?...” provo a dire, prima di sollevare la testa e vedere un ometto impettito dagli occhi liquidi che mi ricordava vagamente qualcuno. Mi alzo e lo guardo, non ancora convinta di volerlo insultare, ma sicura di voler dire qualcosa, che so, “ma guardi dove mette i piedi, ma non mi ha visto...?”. Dietro un nugolo di gente urlante, un gruppuscolo di invasati che venivano a festeggiare con la bandiera dei Popolari, capeggiati dall’ometto travolto dalla mia irruenza: Gerardo Bianco. Poi fu un attimo. Mia madre che si spellava le mani e incitava “Forza, facciamolo un bell’applauso ai questi Popolari”, clap, clap, clap, papà-zio-zia-zia-sorella-cugine al seguito. Come “facciamolo un bell’applauso ai Popolari”? Me lo chiedevo tra me e me, in silenzio perché io sapevo che quella era la cosa giusta da fare, perché era la coalizione ad aver vinto, perché dopo il crollo del Muro e dopo Tangentopoli quella era l’unica strada da intraprendere (Bignami della famiglia Meta per convincere giovani ancora “renitenti alla leva dell’Ulivo” n.d.r.). Ma vallo a capire a 22 anni trascorsi tra sezioni, convegni di partito e cene di famiglia dove sempre in politica la si buttava, sia che si mangiasse l’abbacchio al forno di nonna sia che ci si leccasse i baffi con l’insalata russa fatta dallo zio, parlamentare per giunta. Vallo a capire che Gerardo Bianco con la cravatta quadri di lanetta marrone – ad aprile!!! – non che fosse il mio leader..però un applauso! E la cosa né strana, né inaspettata, né innaturale, fu che io mi ritrovai ad applaudire senza convinzione, ma ligia al dovere dell’imperativo di partito che per me passava sempre per i gesti, le parole, le convinzione di mio padre-madre-zia-zio.
Ero cresciuta, così, imparando la politica come educazione civile, sentimentale, come codice etico, passione, visione, nella sua espressone più ideale. Tanto ideale da diventare rarefatta ed impedirti di respirare.