martedì 6 novembre 2007

La Giusta Distanza (il film, la vita)

In realtà il film di Carlo Mazzacurati nemmeno l'ho visto. Dovrei vederlo, però. Racconta di un ragazzo che vuole fare il giornalista e che incontra un redattore più anziano, fan della "giusta distanza", quella che tutti i bravi giornalisti dovrebbero mantenere di fronte ai fatti da raccontare. Ecco, a me quella giusta distanza manca. Non certo quando mi trovo a scrivere tapina di economia e nuove tecnologie - in quel caso la distanza la trovo, se non altro per palese disinformatia sulle questioni sopracitate - ma di certo quando faccio piccoli reportage e inchieste sui poveri disgraziati di questo stramaledetto pianeta. Gli ultimi che ho "sondato" sono stati i rom residenti nei campi nomadi di Roma, nei giorni dell'odio contro rom-rumeni-bulgari-tanto sono tutti uguali, subito sopo l'omicidio di Giovanna Reggiani. Io e il fotografo ne abbiamo visitati due, forse tre. Baracche di lamiera - di quella che ti soffoca in estate e ti iberna in inverno - e, quando la fortuna ti assiste, di legno; fogne a cielo aperto, bambini scalzi con la bronchite cronica. Vox populi vuole che agli "zingari" piaccia vivere così. A me non è sembrato, e la parola zingari non la uso da quando avevo più o meno dieci anni: "Fede, non si dice zingari - è dispregiativo - si dice rom. Sono un popolo", mio padre mi rendeva edotta sulle ultime novità lessicali del polticamente corretto. "Ma anche loro si definiscono zingari!", non mi capacitavo. "Bene, anche i negri negli Usa si chiamano niggers, ma se la parola la sua un bianco diventa offensiva. Capito?". Capito, capito.
Nel campo rom a via del Boiardo, ci sono nomadi macedoni. "Noi siamo zingari", mi si drizzano le orecchie. "Zingari?", la voce mi esce come un soffio. "Eh sì, perchè? Mica ci vergognamo. E di che, poi?". Già di che? Erano come i niggers di Malcom X, of course. Sono entrata in una baracca, dentro tappeti colorati a terra e una stufa a legna dove bolliva l'acqua. "E' per l'ossigeno", mi spiega Boranka. Mi siedo sul tappeto - e già in quel momento la mia anima da fricchettona avvizzita iniziava a straripare - Boranka mi racconta la sua storia: la guerra nell'ex Jugoslavia da cui è scappata, i figli nati in Italia ma senza cittadinanza nè diritti, la speranza di una casa vera. E, infine, un odore familiare. Fin troppo. Semolino, burro, pistacchi. La cucina di mia nonna. "Ne vuoi un pò? E' un dolce macedone". E' un dolce greco, penso io. Ci infilo un dito, come quando ero bambina. La giusta distanza non mi serve, il Mediterraneo è un ponte.

Nessun commento: