Che Walter Veltroni nel Pci, ma anche poi nel Pds e nei Ds, ci stesse stretto si era capito da tempo. Più o meno da quando, giovane militante in epoca Berlinguer, se ne stava consapevolmente distratto sui palchi dei comizi e delle Feste dell'Unità. Ciuffo ribelle - di cui ne tempo sarebbe rimasto ben poco - occhiali a fondo di bottiglia con cui scrutava le masse sotto di lui. "Un palchista. Veltroni è un palchista". La mia famiglia liquidava così l'atteggiamento veltroniano (anche se quell'aggettivo che avrebbe segnato dieci anni di vita politica italiana ancora non era stato coniato) di eccessivo presenzialismo: il futuro Wonder Walter, quello che avrebbe cambiato il volto di Roma trasformandola in Veltronia-il paese-dei-balocchi, si collocava sempre alle spalle del leader di turno. Non avevo ancora otto anni, Parco Petroselli, fazzoletto - ma meglio dire foulard vista la grandezza - a ridosso dell Prenestina, mio padre mi piazza in mano un mazzo di rose rosse e mi dice "Portale a Berlinguer". Da quel momento ovatta nelle orecchie e nel cervello. Come un automa percorro pochi metri e salgo sul palco. I rami delle rose mi graffiavano il collo, così quando il Segretario (con la S maiuscola che non si sarebbe mai più usata per i nessuno dei suoi eredi) me le ha sfilate di mano è stata una liberazione. Cerco di scendere dal palco in fretta, ma una mano mi si poggia sulla testa. "Ma non ti fai ringraziare dal Segretario?". Walter Veltroni era lì e mi scrutava dal fondo di bottiglia dove galleggiavano i suoi occhi. Giro i tacchi, anzi la suola delle ballerine, e me ne vado. Allora ancora non subivo il fascino e, in realtà, non lo avrei subito nemmeno in seguito. Molti anni dopo, quando Walter era già diventato Wonder, l'ho intervistato. Lui pacato, disponibile e talmente buono che ormai alla parola "buonismo" si accostava naturalmente l'aggettivo "veltroniano", mi spiegava quali qualità dovrebbe avere un buon sindaco: lui ce le aveva tutte. Cercando di contrastare il tasso di glicemia che mi saliva nel sangue, mi azzardo a fare la fatidica domanda: "Sindaco, ma fino all'arrivo della Metro C i cittadini di Tor Bella Monaca come si dovrebbero muovere?", con l'elicottero?...avrei voluto aggiungere. E lui "Ma signorina nel 2011 la metro è pronta: 13 minuti da Pantano alla stazione Termini". E mi lascia lì a sognare una linea super-veloce che risolvesse i miei problemi di spostamento dalla periferia al centro. Lo aspettava un bagno di folla all'Auditorium: lectio magistralis su cos'è la politica oggi. Wonder Walter chiama, il Pd risponde. Per fortuna.
lunedì 25 giugno 2007
Wonder Walter
Che Walter Veltroni nel Pci, ma anche poi nel Pds e nei Ds, ci stesse stretto si era capito da tempo. Più o meno da quando, giovane militante in epoca Berlinguer, se ne stava consapevolmente distratto sui palchi dei comizi e delle Feste dell'Unità. Ciuffo ribelle - di cui ne tempo sarebbe rimasto ben poco - occhiali a fondo di bottiglia con cui scrutava le masse sotto di lui. "Un palchista. Veltroni è un palchista". La mia famiglia liquidava così l'atteggiamento veltroniano (anche se quell'aggettivo che avrebbe segnato dieci anni di vita politica italiana ancora non era stato coniato) di eccessivo presenzialismo: il futuro Wonder Walter, quello che avrebbe cambiato il volto di Roma trasformandola in Veltronia-il paese-dei-balocchi, si collocava sempre alle spalle del leader di turno. Non avevo ancora otto anni, Parco Petroselli, fazzoletto - ma meglio dire foulard vista la grandezza - a ridosso dell Prenestina, mio padre mi piazza in mano un mazzo di rose rosse e mi dice "Portale a Berlinguer". Da quel momento ovatta nelle orecchie e nel cervello. Come un automa percorro pochi metri e salgo sul palco. I rami delle rose mi graffiavano il collo, così quando il Segretario (con la S maiuscola che non si sarebbe mai più usata per i nessuno dei suoi eredi) me le ha sfilate di mano è stata una liberazione. Cerco di scendere dal palco in fretta, ma una mano mi si poggia sulla testa. "Ma non ti fai ringraziare dal Segretario?". Walter Veltroni era lì e mi scrutava dal fondo di bottiglia dove galleggiavano i suoi occhi. Giro i tacchi, anzi la suola delle ballerine, e me ne vado. Allora ancora non subivo il fascino e, in realtà, non lo avrei subito nemmeno in seguito. Molti anni dopo, quando Walter era già diventato Wonder, l'ho intervistato. Lui pacato, disponibile e talmente buono che ormai alla parola "buonismo" si accostava naturalmente l'aggettivo "veltroniano", mi spiegava quali qualità dovrebbe avere un buon sindaco: lui ce le aveva tutte. Cercando di contrastare il tasso di glicemia che mi saliva nel sangue, mi azzardo a fare la fatidica domanda: "Sindaco, ma fino all'arrivo della Metro C i cittadini di Tor Bella Monaca come si dovrebbero muovere?", con l'elicottero?...avrei voluto aggiungere. E lui "Ma signorina nel 2011 la metro è pronta: 13 minuti da Pantano alla stazione Termini". E mi lascia lì a sognare una linea super-veloce che risolvesse i miei problemi di spostamento dalla periferia al centro. Lo aspettava un bagno di folla all'Auditorium: lectio magistralis su cos'è la politica oggi. Wonder Walter chiama, il Pd risponde. Per fortuna.
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