sabato 23 giugno 2007

Cosa c'entra Woody Allen con Lenin


Quando a febbraio del 1991 il Pci si apprestava a cambiare nome io ero impelagata in una discussione senza fine in sezione. E che sezione! Woody Allen si chiamava..ed era il massimo della rivoluzione concessa a noi giovani militanti del partito. Quando si decise quel nome ne parlarono anche i giornali - cronaca di Roma ovviamente -, scrivevano che a Roma i comunisti erano divenatati moderni, che si erano finalmente piegati all'egemonia della cultura americana..anche noi! Per quanto mi riguardava Woody Allen era innovativo almeno quanto Antonio Gramsci, perchè se il pensatore italiano aveva adattato la teoria cominista al paradigma italiano, il primo aveva finalmente sdoganato la psicanalisi agli occhi dei dirigenti e militanti di partito, fino ad allora restii a riconoscere quello spazio di libertà umana che si dispiega nel lettino del Freud di turno. "Ma ti pare che io mi devo far dire da uno sconosciuto cosa pensare e come agire", mio padre liquidava così la quaestio, dimostrando disinteresse malcelato nonché un equilibrio interiore che nemmeno la più affascinante teoria sull'inconscio poteva mai scalfire. Woody Allen, dunque. Lì dentro ci dividevamo tra chi pensava che la svolta proposta da Occhetto fosse necessaria -"ma il muro è caduto, che vuol dire chiamarsi ancora comunisti" - e chi pensava che la diversità del comunismo italiano avrebbe resistito alle sberle che la Storia ci aveva preparato - "per difendere le nostre battaglie e le nostre idee" -. Io imparai credo in quei giorni a seguire quasi naturalmente il flusso della maggioranza e siccome quasi tutto il Pci era per la svolta, anche io ero per la svolta: "la poltica non può ridursi a mera testimonianza", lo slogan lo imparai in quesi giorni, ma ancora oggi lo sfodero come cavallo di battaglia nei confronti dialettici con i neo-comunisti di turno! Nel lessico famigliare la Bolognina assunse un significato quasi mitologico, una specie di luogo dell'anima dove inziare il percorso palingenetico che ci avrebbe condotto nell'alveo rassicurante del Socialismo Europeo. Willy Brandt materializzava più volte nel congresso di sezione. Il mio segretario adesso lo citava al posto di Enrico Berlinguer, mentre imbrattava la porta del cesso - perchè di cesso si trattava - del Woody di vernice rossa: STANZA DEI COSSUTTIANI. Quelli che resistevano alla svolta.
Dopo il congresso di Rimini la domanda che mi facevo più spesso non era di tipo politico identitario - tanto lo spezzatino della domenica mi aveva catapultato in tempi non sospetti nella nuova frontiera - quanto di riorganizzazione dei quadri della casa. In sala troneggiava un quadro di Vladimir Ilic Uljanov: sfondo rosso vermiglio, fogli sparsi macchiati in cirillico e in primo piano lui, Lenin, a vegliare sui nostri pranzi domenicali (chissà se amava lo spezzatino in bianco alla Felipe Gonzales). Dopo il congresso lo guardavo con cipiglio, come una specie di vestigium del tempo che fu. Ma non mi azzardavo di certo a dirlo ai miei che, da parte loro, sembravano ancora a loro agio sotto l'altare bolscevico, così come nel nuovo Partito Democratico della Sinistra appena nato. Mio padre continuava le sue lezioni di socialismo e Lenin continuava a stare lì. Di contraddizioni sembravano non essercene nella mia famiglia ex comunista scuola di Frattocchie. Solo sedici anni dopo - nel congresso Ds che sanciva la nascita del Pd senza la S - avrei sentito il commento di mio padre sulla svolta della Bolognina. "Ma papà non ti senti derubato della tua identità e della tua storia?", "Febbraio 1991". Motivo per cui Lenin ancora campeggia indisturbato nel salotto di casa.

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