In quarta elementare - IV E a voler essere precisi - le maestre ci iniziarono al giornalismo. Un libello di poche pagine avrebbe raccontato le vite poco appassionanti di bambini che a malapena arrivavano a dieci anni. "Contromano", si chiamava il giornalino di classe. Testata dal nome talmente "irriverente" da scuotere le menti in genere dormienti della maggioranza dei genitori. "Signora maestra, ma è il caso di fare un giornale contro?", aveva chiesto un papà in giacca e cravatta all'incontro insegnanti-genitori. La maestra Maria era comunista, lo sapevo perchè se lo erano detto più volte i miei genitori e perchè non ci faceva mai fare la preghiera prima di andare a mensa - che liberazione - e quando sentì quella domanda si calò gli occhialoni stile Sandra Mondaini, guardò il malcapitato genitore e rispose: "Almeno prendono confidenza con l'anarchia, dopo che hanno dipinto il corridoio della scuola con il tema de "La guerra di Piero" di De Andrè, non trova?". Alla parola anarchia la cravatta di quel papà ai miei occhi troppo reazionario sussultò come se avesse il singhiozzo.
Mio padre la cravatta non se la metteva mai, ma "Contromano" gli piaceva. Passavamo i pochi sabato pomeriggio in cui non venivo mollata in Federazione a sfogliare le pagine colorate, assemblate con la spillatrice. Una volta, però, mio padre invece che soffermarsi sul mio articoletto, se ne mise a leggere un altro. "Io non sono mai contento di quello che faccio. Quando studio ho voglia di giocare e e quando gioco mi viene voglia di studiare", firmato Fabrizio. "Chi ha scritto questo?", "Fabrizio, papà, ti ricordi quello un pò paffuto (ciccione a casa mia era un termine che non si poteva usare, troppo politically uncorrect!) con gli occhi blu-blu. Cioè, quello nemmeno troppo intelligente...cioè no...è che non si applica molto". Altro understatement per dire che era un asino, ma anche quello non si poteva dire: per i miei genitori non esistevano asini - tutti i bambini erano intelligenti, se non riuscivano a scuola era perchè poco stimolati. Non mi spiegavo perchè mio padre si fosse soffermato su cotanta profondità giornalistica. "Ma lo sai che ha scritto le stesse cose che Antonio Gramsci scrisse in una lettera al figlio Delio?", "Ma chi Fabrizio?", il mio cervello rifiutava quella possibilità. Quello se non scriveva scuola con la q, poco ci mancava. La copertina de "L'Albero del Riccio" era rossa - e di che colore poteva essere?- c'era un grande albero disegnato a lato, sopra, invece, il sottotitolo recitava "Lettere dal carcere di Antonio Gramsci ai figli". Lo avevo letto a sette anni, mamma e papà me lo avevano comprato alla Festa de L'Unità insieme alle poesie di Gianni Rodari. In quel momento il rosso della copertina spiccava nel beige della libreria di frassino, afferrai il libro e cercai la lettera incriminata. "Caro Delio....". Mi convinsi allora che davvero tutti i bambini erano intelligenti - Fabrizio compreso - bastava solo stimolarli.
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