In Sardegna d'estate si alza un vento bastardo che taglia i visi già provati dal sole. Ti ritrovi a mangiare la sabbia, imprecando perchè passi in fretta. Ma il Levante in Sardegna non passa mai velocemente. Lo sanno i pastori che in quella ruvida terra si affrettano a far rientrare i greggi, lo sanno i pescatori che tirano i remi in barca per almeno una settimana - e addio alla bottarga. Non lo sanno, invece, i turisti che si incaponiscono a rimanere in spiaggia sperando che quella bufera inaspettata se ne vada via, improvvisamente, così come è venuta. Noi quella mattina di agosto non abbiamo aspettato che il Levante calasse, abbiamo chiuso gli ombrelloni, riacchiappato i bambini in mare e ci siamo inoltrati nell'entroterra sardo. Noi, cioè io e la mia famiglia che in quell'estate avremmo riscoperto la memoria, l'infanzia e la forza degli affetti rinsaldata dalla consapevolezza che non si può non stare insieme. Come alle feste de l'Unità - madri, padri, sorelle, cugini e zii - avevamo una missione politico-affettiva ad portare a termine, una visita alla casa natia di Antonio Gramsci a Ghilarza. Un pò per devozione, un pò perchè in quell'estate le radici del nostro essere animali politici stavano per essere recise: l'autunno successivo ci sarebbero state le primarie del Pd, nulla sarebbe stato più come prima. Almeno così credevo. L'imperfetto è d'obbligo, così come imperfette sarebbero state le mie sensazioni.
Una casa di due piani, piccola, non vani ma loculi a raccontare la vita dolorosa e piena di una famiglia piccolo borghese caduta in disgrazia molto prima che Nino (Antonio) fosse sbattuto in galera dal regime. Al piano terra una gigantografia della lettera che Gramsci scrisse alla madre Peppina mentre aspettava il processo: "Bisogna proprio che ti abitui al pensiero che sarò condannato e che necessariamente dovrò passare in carcere un certo numero di anni, che spero brevi, ma che sarà inevitabile". Mi guardavo intorno, sentivo il ciarlare interessato dei cuginetti, i ricordi smozzicati sulle labbra di mio zio e mio padre su un partito che non c'è più. E sentivo la mia storia che si materializzava tra quelle mura, nel forno in giardino dove Peppina faceva il pane più buono per Nino perchè era il figlio malato, ma anche quello più promettente. Il catino dove si preparavo le abluzioni alcoliche per la schiena di Nino prima piegata da dolori fisici e, in seguito, mai piegata dagli anni di carcere. Era la storia di Gramsci, la nostra storia. La mia storia tra le dita, averbbe detto un cantautore nemmeno troppo bravo. "Ma sì nel Pd porteremo questa storia perchè è un partito che ha bisogno di un'identità forte...Gramsci ci sarà". Mio zio deputato ne era convinto. Io no.
2 commenti:
domani finalmente anch'io avro'una qualche importanza x la stori del PD e ne sono contenta. anche se non sara' piu' come prima. davani a mio padre non pongo questa domanda, ma gramsci approverebbe tutto cio'?
Credo che Gramsci approverebbe..anzi ne sono certa. La sua lucidità nell'analizzare vizi e virtù italiche lo avrebbe portato a dire che il Pd è l'unica strada...forse siamo noi che subiamo troppi sentimentalismi politico-biografici!
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