venerdì 22 giugno 2007

Politica e vita

Avevo capito che il Partito Democratico si sarebbe fatto una sera di undici anni fa. Non una sera qualsiasi, ma quella che nel lessico familiare sarebbe diventata La Sera: 21 aprile 1996. Quando io e la mia famiglia - tutta, cani compresi – si catapultò in Piazza S.S. Apostoli per festeggiare quella insperata se non addirittura storica vittoria. Ecco, da quel momento ho avuto la sensazione che nulla sarebbe stato più come prima. Mi guardavo intorno e vedevo una miriade di bandiere, rosse certo, con la quercia certo, ma anche altre che ricordavano molto (o forse non lo ricordavano affatto ed ero solo io che le vedevo così) lo scudo crociato. A dire il vero non ricordo quale fosse la bandiera dei Popolari, forse non ce n’erano al nostro arrivo lì – mamma, papà, sorella, zia, cugine, cugini no, perché nelle nuove generazioni della mia famiglia di cugini nemmeno l’ombra, se non una pallida imitazione di uomo che, fortuna nostra, vegetava nella campagne ciociare.

La Sera aveva preso una piega da Festa de L’Unità, con il quotidiano “L’Unità” che sbucava dalle tasche delle giacche dei compagni e le donne che col pugno chiuso intonavano sommessane l’Internazionale. “….Futura umanità…” sussurrava mia madre mentre mi bloccava il braccio per paura che cadessi nel tentativo di guardare cosa succedeva sul palco. Ero bassa, troppo, e in quella situazione mi sembrava di vivermi la Storia d’Italia dal buco della serratura, come una voyer di passaggio. Saltellavo sui piedi claudicanti a causa di scarpe da ginnastica troppo strette - come sarebbero state strette tutte le scarpe da ginnastica della mia vita, ancora non ho capito perché – finchè non inciampo in un altro piede, dalle scarpe dure, nere, scamosciate; me le ricordo perché alla fine ci ho sbattuto il grugno. “Ma signorina…che fa?”, trilla una vocetta stridula quasi come il personaggio a cui apparteneva. “E che faccio?...” provo a dire, prima di sollevare la testa e vedere un ometto impettito dagli occhi liquidi che mi ricordava vagamente qualcuno. Mi alzo e lo guardo, non ancora convinta di volerlo insultare, ma sicura di voler dire qualcosa, che so, “ma guardi dove mette i piedi, ma non mi ha visto...?”. Dietro un nugolo di gente urlante, un gruppuscolo di invasati che venivano a festeggiare con la bandiera dei Popolari, capeggiati dall’ometto travolto dalla mia irruenza: Gerardo Bianco. Poi fu un attimo. Mia madre che si spellava le mani e incitava “Forza, facciamolo un bell’applauso ai questi Popolari”, clap, clap, clap, papà-zio-zia-zia-sorella-cugine al seguito. Come “facciamolo un bell’applauso ai Popolari”? Me lo chiedevo tra me e me, in silenzio perché io sapevo che quella era la cosa giusta da fare, perché era la coalizione ad aver vinto, perché dopo il crollo del Muro e dopo Tangentopoli quella era l’unica strada da intraprendere (Bignami della famiglia Meta per convincere giovani ancora “renitenti alla leva dell’Ulivo” n.d.r.). Ma vallo a capire a 22 anni trascorsi tra sezioni, convegni di partito e cene di famiglia dove sempre in politica la si buttava, sia che si mangiasse l’abbacchio al forno di nonna sia che ci si leccasse i baffi con l’insalata russa fatta dallo zio, parlamentare per giunta. Vallo a capire che Gerardo Bianco con la cravatta quadri di lanetta marrone – ad aprile!!! – non che fosse il mio leader..però un applauso! E la cosa né strana, né inaspettata, né innaturale, fu che io mi ritrovai ad applaudire senza convinzione, ma ligia al dovere dell’imperativo di partito che per me passava sempre per i gesti, le parole, le convinzione di mio padre-madre-zia-zio.

Ero cresciuta, così, imparando la politica come educazione civile, sentimentale, come codice etico, passione, visione, nella sua espressone più ideale. Tanto ideale da diventare rarefatta ed impedirti di respirare.

1 commento:

Amaresca ha detto...

Tra il cuore a sinistra ed il portafoglio a destra c'è lo stomaco al centro, da dove passa il necessario per vivere, poi espulso e convogliato nella fogna. La politica sa essere anche questo. Il centro come 'pancia' di un'elettorato che, secondo le previsioni di Indro, morirà tutto democristiano. D'altronde lo diceva anche Feuerbach: "L'uomo è ciò che mangia".